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FOCUS - Human rights N. 2 - 17/05/2013

 Migrazioni e paradigmi della cittadinanza: alcune questioni di metodo

1. Alle radici della cittadinanza. - La disciplina giuridica della cittadinanza, e lo stesso apparato concettuale che la sostiene, seguono la vicenda della sovranità e della forma di Stato.
Nelle sue radici, cittadinanza è appartenenza e soggezione allo Stato come titolare della sovranità, come “ordinamento generale unico delle società civili” ovvero “forma ordinamentale” che assume “tutti gli interessi pubblici generali, ma spesso anche particolari esistenti nella società”: questo raccordo con la sovranità è originario nell’elaborazione teorica sulla cittadinanza e mostra una forte e perdurante capacità di affermazione ideologica, ancora orientandone alcuni dei maggiori itinerari ricostruttivi.
È bensì vero, infatti, che il concetto di sovranità statale ha costituito il fuoco delle grandi costruzioni critiche in tutto il “Novecento giuridico”, le quali ne hanno posto in luce le insufficienze teoriche, il ritardo nei confronti di una “realtà” sfuggente all’illusione di poterla catturare in categorie stabili, in sintesi il carattere “mitico” del “discorso sullo Stato”. Ed è altresì vero che il concetto stesso di Stato, nel suo statuto teorico a lungo consolidato, è messo in questione dal processo costituente europeo, che, per quanto contrastato, invita a riconsiderare radicalmente il problema del fondamento degli ordinamenti giuridici, mettendo in luce nuove relazioni, già in atto, tra meccanismi di legittimazione politica, sedi della rappresentanza, decisioni giurisdizionali.
Tuttavia, lo Stato nazione è ancora “la realtà con cui fare i conti”, per “ripensarne le caratteristiche” conservando memoria della distorsione concettuale e pratica cui lo hanno storicamente piegato i totalitarismi, se si vuole prendere sul serio, come compito degli ordinamenti giuridici, la ricerca di punti di equilibrio nelle garanzie dei diritti e per “la liberazione dal bisogno, l’emancipazione complessiva dell’essere umano”. E siffatto “ripensamento” chiama in causa anche i rapporti di appartenenza, che “si moltiplicano”, e si fanno più complessi, meno univoci.
 
2. Appartenenza, soggezione, esclusività. – Se, dunque, appartenenza e soggezione sono ancora – nei loro mutamenti, che invitano a guardarsi dalle ipostasi – concetti chiave nella considerazione della cittadinanza, essi danno conto di un tratto proprio di questa, del quale costituiscono il fondamento: la cittadinanza è esclusiva, si colloca entro i suoi confini; il cittadino è in rapporto di alterità con lo straniero e con il non-cittadino. Il confine è quello dello Stato, verso l’esterno, e quello degli ordinamenti particolari, verso l’interno, nel senso che la cittadinanza – nella sua pienezza – deve essere sempre riconducibile allo Stato, come ordinamento generale titolare della sovranità.
Comunque si concepisca lo Stato e comunque si concepiscano i rapporti tra cittadino e Stato, la cittadinanza è considerata come intrinsecamente esclusiva. In questo, rimane forte – sia che la si riconosca sia che la si occulti entro un indistinto “consolidato” teorico – un’idea conflittuale delle differenze, e di irriducibilità del conflitto, che, muovendo dalla radice hobbesiana, trova espressione nell’edificio concettuale di Carl Schmitt : al fondo, l’identità del soggetto-popolo si definisce in negativo, nell’alterità-distinzione nei confronti dell’estraneo (che in Schmitt è “nemico”, nello stato di eccezione). 

(segue)



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