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NUMERO 22 - 19/11/2008

 L'audacia della speranza

Il Presidente degli Stati Uniti eletto lo scorso 4 novembre ha fatto della speranza di ricostruire il Sogno Americano il cuore del proprio messaggio politico ed elettorale. Il suo libro piu’ amato e piu’ venduto, non a caso, ha per titolo “The Audacity of Hope – Thoughts on reclaiming the American Dream”. Ed il costante richiamo ai valori ed ai principi che spinsero il motore degli Stati Uniti nei decenni piu’ bui ed in quelli piu’ limpidi della loro storia e’ stato il segno distintivo della sua fortissima identita’ culturale ben prima che la rendesse visivamente esplicita con la scelta di indossare costantemente la spilla della bandiera americana sul risvolto della giacca.
L’inizio del dibattito sul profilo dei candidati alle primarie, quasi due anni fa, ruotava intorno alla curiosita’ per questo afro-americano che appariva decisamente non abbastanza americano – non abbastanza “real American” - per poter aspirare a diventare presidente. Si diceva che fosse troppo bianco per poter essere votato dai neri: madre e nonni del Kansas, un’infanzia ad Honolulu, una laurea ad Harvard - decisamente distante dalle esperienze di segregazione e rabbia dei discendenti degli schiavi che hanno l’Africa ormai solo nel sangue, e nel colore della pelle.
Si diceva fosse troppo nero per essere votato dai bianchi, soprattutto da quelli dell’America profonda, la Bible Belt, il Sud razzista, il West dei valori tradizionali e delle regole sociali ancora piuttosto rigide, del conformismo conservatore. 
Si diceva fosse troppo perfetto, troppo intelligente, troppo bravo - nessuno scandalo, nessun difetto, nessun errore – perche’ gli americani, tutti, si potessero identificare con lui, perche’ potessero dargli la loro piena fiducia. In fondo, Bush aveva vinto la propria rielezione, nonostante il disastro iracheno e la bassa popolarità come Commander in Chief, facendo leva sul sentimento di identificazione che l’americano medio, il “real American”, socialmente conservatore e culturalmente localista, poteva provare nei suoi confronti. Era stata la grande ed inedita mobilitazione del voto evangelico, certo, a garantirgli la rielezione, insieme all’utilizzo spregiudicato ed estremamente intelligente di quell’immagine da texano medio, intellettualmente poco incline all’analisi ed ai discorsi, che non si preoccupava di fare gaffes o di mostrarsi ignorante su questioni che la maggior parte dei propri concittadini non si vergognavano affatto di ignorare beatamente.

(segue)



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