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NUMERO 22 - 19/11/2008

 Considerazioni sulla elezione di Obama

Negli Stati Uniti sarei stato sostenitore convinto di Mc Cain. E non per una banale “simmetria” politica - la destra con la destra, la sinistra con la sinistra - o per il rispetto suscitato uno straordinario eroe di guerra. Avrei scelto McCain e non Obama, per la diffidenza che il senatore dell’Arizona ha sempre mostrato nei confronti di un protezionismo tanto “facile” quanto pericoloso e per la sua difesa dei fondamenti del reaganismo. Avrei appoggiato il senatore dell’Arizona per la sua intransigenza politica nei confronti delle “non democrazie” emergenti, dalla Cina alla Russia, e la sua apertura a politiche di innovazione civile, che lo ha portato per decenni ad essere il maverick della destra repubblicana e a non subire il fascino di derive confessionali. Avrei votato John Mc Cain, dunque, ma allo stesso tempo considero la vittoria di Barack Obama un fatto straordinario, una prova della capacità degli Stati Uniti d’America di rappresentare sempre la frontiera dell’integrazione e del cambiamento politico. Amo l’America e l’elezione di Obama è un potente messaggio di rigenerazione della great nation.
Come molti hanno notato, la vittoria democratica non è, in sé, la vera novità. Otto anni di amministrazione repubblicana e una crisi economica così profonda sono avversari troppo forti nella democrazia americana. La novità è data dall’identità del vincitore, Obama l’underdog che nelle primarie (altro che preferenze, la democrazia interna ai partiti è il vero problema della politica italiana) ha battuto Clinton l’insider, il candidato che ha rinunciato al finanziamento pubblico raccogliendo metà dei suoi tanti fondi con la raccolta spicciola, il candidato di Internet, il politico di colore che ha fatto una campagna post-razziale e ha sfondato tra gli ispanici (“avversari” tradizionali dei neri e tradizionalmente repubblicani) e tra i giovani. Il messaggio di Obama è stata vincente perché ha percorso trasversalmente l’elettorato e il corpo sociale, più di quanto sia riuscito a fare Mc Cain. La questione razziale, a ben guardare, è stata risolta nel modo più efficace: superandola. Non è un caso che, in Colorado, dove Obama ha vinto con quasi il 60 per cento, gli elettori abbiano contemporaneamente votato contro l’”Affirmative action”, ovvero contro le politiche che riservano alle minoranze quote nelle scuole e nei posti di lavoro. Insomma, lungi dall’essere il candidato “dei neri” (che, anzi, in un primo tempo l’avevano guardato con diffidenza), Obama ha promesso, incarnandolo, il rilancio di quel sogno americano di cui lui è un perfetto testimonial. Ben più delle sue promesse (anche troppe e troppo vaghe per noi pragmatici), ha potuto la sua personalissima storia, così americana e così globale: uno straordinario esempio di mobilità sociale, di integrazione, di meritocrazia. Scegliendo Obama, in effetti, l’America ha scelto di affermare sé stessa. 

(segue)



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