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NUMERO 4 - 24/02/2009

 Gli equilibri Colle - Governo

Il conflitto tra presidenza della Repubblica e presidenza del consiglio, sorto nel corso della vicenda Englaro e culminato nel rifiuto di Napolitano di firmare un decreto legge, si è chiuso, ma rimane una brace sotto le ceneri. Con grande probabilità, è destinato manifestarsi nuovamente per ragioni che attengono alla struttura del sistema politico. In un regime parlamentare, quale è il nostro, il capo dello stato è il supremo regolatore del sistema costituzionale, ma l’ ampiezza e l’ incisività della sua azione può variare, è “a soffietto”. Essa, infatti, si restringe in presenza di corretti rapporti tra maggioranza e opposizione e di una maggioranza coesa che esprime un governo stabile ed un indirizzo politico omogeneo, mentre si amplia nella situazione opposta.
Nella Prima Repubblica, caratterizzata dal proporzionalismo e da una forte instabilità governativa, il capo dello Stato svolgeva un ruolo rilevante nella formazione dei governi e nella soluzione delle crisi. Per il resto, però, l’ esercizio dei suoi poteri era fortemente condizionato da un forte sistema dei partiti.
Tutto è cambiato con la Seconda Repubblica. In teoria, con l’ affermarsi dello schema maggioritario bipolare basato su coalizioni formate prima delle elezioni e su governi guidati da un premier forte di una investitura popolare derivante dalla sua indicazione sulla scheda elettorale, il nostro sistema politico avrebbe dovuto assomigliare sempre più a quello inglese nel quale un saldo bipartitismo ha reso la figura del sovrano simbolica, se non proprio decorativa. Il Quirinale avrebbe dovuto assomigliare a Buckingam Palace.



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