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NUMERO 6 - 24/03/2010

 CEDU e interpretazione del giudice: gerarchia o dialogo con la Corte di Strasburgo?

Ad ormai tre anni dalle decisioni della Corte costituzionale che hanno inteso fornire alcuni chiarimenti sul ruolo della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo nell’ordinamento interno, la Consulta è tornata di recente ad occuparsi del tema con due pronunzie quasi coeve, ancora una volta affidate alle mani dei relatori che avevano steso le sentenze nn.348 e 349 del 2007.
Le riflessioni che seguono non  saranno orientate alle questioni nel concreto esaminate dalla Corte nelle sentenze n.311 e 317 rese nel novembre 2009 né ad un’analisi generali dei rapporti fra CEDU e diritto nazionale, piuttosto cercando di approfondire il ruolo del giudice nazionale nel processo di progressiva attuazione della CEDU.
Per far ciò si deve certo partire dalle sentenze nn.311 e 317 poiché le stesse, in apparenza, sembrano volersi inserire, senza differenze apprezzabili nel  solco tracciato dalle storiche decisioni del 2007.
Entrambe le decisioni intendono confermare i postulati in tema di rango sub-costituzionale della CEDU e di divieto di disapplicazione della norma interna contrastante con la CEDU in ragione della (ribadita) inconfigurabilità di un’equiparazione fra norma CEDU e diritto dell’Unione europea.
Qui si cercherà esaminare le questioni relative alla   vincolatività dell’interpretazione offerta dalla Corte di Strasburgo per il giudice comune, poiché notevoli risultano le sfumature, gli accenni, gli obiter nelle sentenze ultime della Corte costituzionale, dalle quali è agevole intendere la volontà non certo di revisionare i postulati affermati nel 2007, quanto piuttosto di addolcirli.
(segue)



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