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NUMERO 3 - 08/02/2012

 Prolegomeni minimi a una ricerca forse necessaria su forma di governo e sistema dei partiti

Le dinamiche, oggi tumultuose, della funzione di governo chiamano in causa temi di fondo, sia sul piano del metodo sia sul piano dogmatico, che, lungamente indagati dalla scienza giuridica e non solo da essa, per diversi motivi hanno acquisito nuovo rilievo e impongono non marginali ripensamenti. Anzitutto, si ripropone la questione del rapporto tra i piani temporali nell’osservazione dei fenomeni istituzionali: riconoscere e poi spiegare il cambiamento è esercizio assai complesso, molto più complesso che classificare secondo consolidate categorie quanto appartenga al campo della persistenza. E, nel discernere il cambiamento dalla persistenza, occorrerebbe guardare allo scivolare l’una sull’altra delle faglie del tempo lungo e del tempo congiunturale, valutando quanto i movimenti del piano profondo – il tempo lungo – orientino i movimenti del piano emergente in superficie, il tempo congiunturale, più visibile ai nostri occhi. Di come tale esercizio, e tale pratica ricostruttiva, siano stati disattesi si può avere vivida rappresentazione nell’affermarsi del tópos dell’avvenuto passaggio, in Italia, dalla “Prima” alla “Seconda Repubblica” (e poi forse alla “Terza”), una presunta scansione epocale, una frattura non ricomponibile nella forma di governo e nella forma di Stato: formule di buon appeal giornalistico, e anche utili in sede ricostruttiva per indicare ellitticamente, genericamente e convenzionalmente alcuni fattori non secondari di mutamento, sono assurte invece a categorie analitiche assolute tutte le volte in cui la cronaca parlamentare, narrata secondo tempo lineare, viene scambiata per ricostruzione storica... (segue)



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