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NUMERO 2 - 23/01/2013

 Le grandi città: avanzi del passato o soluzione del futuro?

Sono passati poco più di quindici anni da quando George Gilder, lo scrittore e futurologo statunitense (“libertario di destra” come egli stesso amava definirsi), ha previsto la fine delle grandi città, etichettate come avanzi dell’era industriale, ormai inutili per lo sviluppo delle telecomunicazioni e della Rete. Nello stesso periodo, la fine delle grandi città era prevista anche da molti ambientalisti che riprendevano le polemiche antiurbane sviluppatesi nel XIX secolo (e risalenti a socialisti utopisti come Owen o Fourier), allora non del tutto infondate se si considera che a quell’epoca i grandi centri urbani erano luoghi malsani, privi di fognature e di strade asfaltate. Per gli ambientalisti moderni, i centri urbani restavano ancora fonti di inquinamento e di degrado ambientale: solo la vita in campagna o in piccole città era la soluzione per un futuro di sviluppo sostenibile. Sono entrambi buoni esempi degli errori che si commettono quando non si rispetta la regola che non bisogna mai fare previsioni specie riguardo al futuro (il detto è attribuito al fisico Niels Bohr, ma la paternità è assai incerta: forse risale a Mark Twain o a George Bernard Shaw o, secondo altri, al produttore cinematografico Sam Goldwyn). Perché quando si prevede il futuro si sbaglia sempre  (basti pensare – per restare nel campo dell’ambiente - a quante volte è stata prevista la fine del petrolio entro breve tempo)... (segue)



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