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NUMERO 1 - 08/01/2014

 Il metodo delle riforme costituzionali: non è solo questione di forma.

Dopo la crisi del Governo “Monti” e le elezioni politiche del febbraio 2013, con la rielezione del Presidente Napolitano e la formazione dell’Esecutivo “Letta” è ripartito nel nostro Paese l’ormai annoso dibattito sulle riforme costituzionali, il cui avvio può farsi risalire, addirittura, all’inizio degli atti Ottanta con la proposta di “grande riforma” del Partito Socialista Italiano. Da allora ad oggi si sono succeduti taluni tentativi di autoriforma di sistema politico-istituzionale, la brusca rottura segnata dalla c.d. “Tangentopoli” e dal crollo del “muro di Berlino” e, con esso, della “logica dei blocchi est-ovest”, l’estenuante transizione verso una c.d. “seconda Repubblica”, che non si è mai compiuta e che, anzi, è entrata in crisi ancor prima di ritrovare una minima condizione di stabilità. Tale situazione ha riproposto la riforma della seconda parte della Carta del 1948 come via necessaria e indifferibile per la rivisitazione dell’organizzazione costituzionale, che, metaforicamente, rappresenta la struttura portante di quella mirabile cupola nella quale sono affrescati i diritti e le libertà fondamentali sanciti dalla prima parte della Costituzione. In questo scenario si collocano gli stimoli che il Presidente della Repubblica Napolitano ha inteso indirizzare alle forze politiche, tanto in seguito al rinnovo del Parlamento e nel corso delle consultazioni finalizzate ad individuare una maggioranza in grado di sostenere il nuovo Governo, quanto in occasione della sua rielezione alla più alta magistratura del Paese e, ancora, delle vicende che riguardano la vita del governo “Letta” e del suo orizzonte programmatico... (segue)



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