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NUMERO 19 - 15/10/2014

 Valori comuni e garanzie costituzionali in Europa: il “progetto europeo” dentro e oltre la crisi

Il 19 febbraio di questo anno lanciammo come Rivista la Call for papers il cui testo si può leggere supra. Oggi possiamo dire con soddisfazione che quella ‘richiesta’ ha trovato nella più giovane dottrina italiana una pronta e valida risposta, a testimonianza che i tempi sono probabilmente maturi per cogliere i frutti migliori della complessa stagione che sta vivendo il costituzionalismo europeo. In questo fascicolo della Rivistasi pubblica soltanto un primo gruppo di papersche rispondono in maniera sufficientemente organica – seppure con diversità di accenti e di metodologie di ricerca -  ad alcuni dei quesiti posti nella Call. Nei prossimi fascicoli verranno raccolti, secondo analoghi criteri, gli altri contributi che sono pervenuti alla Redazione. Il filo rosso che percorre i contributi qui presentati testimonia della ampia riflessione giuridica, sia dottrinale che giurisprudenziale, che ha affrontato il tema della crisi economico-finanziaria e il problema della governance economica ed istituzionale della ‘nuova’ Europa. Una riflessione, quella che emerge dagli scritti pubblicati, che si svolge dunque all’interno, dentro la crisi, ma che prova a spingersi oltre questa, immaginando possibili vie di uscita. Da questo punto di vista, si può innanzitutto osservare – in via liminare – come anche dagli scritti in questione emerga una particolare caratteristica della riflessione costituzionalistica europea sul diritto all’epoca della crisi, una caratteristica che emerge – potremmo dire, per differenza – dalla diversa modalità di “narrazione” della crisi economico-finanziaria nel contesto economico, istituzionale e di opinione pubblica del nostro continente rispetto a quella nord-americana. Infatti, negli Stati Uniti le cause della crisi sono state fatte ricadere interamente sulla finanza, o meglio, sui mercati finanziari, trovando la sua cornice di senso in quello che tradizionalmente gli economisti chiamano uno o più fallimenti di mercato (è sufficiente pensare all’ampia rivisitazione critica della sua stessa opera posta in essere da un autore come Richard Posner) . Diversamente, in Europa lo sguardo critico – come ben dimostrano anche i saggi che seguono - si volgenaturaliter alla “debolezza” degli Stati, così che il fallimento dei mercati si trasforma in un fallimento dello Stato o degli Stati o della “statualità ‘tout court’. È noto, peraltro, tanto alla letteratura giuridica quanto a quella economica, come la crisi abbia assunto dal 2007, cioè alle origini, le caratteristiche di una crisi finanziaria, con cause sottostanti ben specifiche. Tra queste, un inappropriato uso dei meccanismi di cartolarizzazione unito alla stipula di contratti di mutuo cd. sub-prime, insieme all’esplosione del fenomeno dei derivati. Altrettanto noto è, però, come – soprattutto a partire dal 2010 – questa crisi si sia trasformata, per alcuni Stati europei, in particolare, in una crisi dei debiti sovrani con un significativo passaggio da un “fallimento del mercato” (finanziario) ad un “fallimento dello Stato” e di alcuni Stati (in particolare). Losguardo da osservatore “esterno” di cui si è detto aiuta ad impostare correttamente il discorso intorno al rapporto tra crisi e diritto, diritto costituzionale, in particolare, ove contribuisce a comprendere che non è tanto il Finanz-Kapitalismus o il prorompente sviluppo delle economie emergenti a creare il “caos”, cioè il processo di trasformazione dell’economia che si manifesta in crisi sistemica, ma è quest’ultima che le rende possibile per effetto di specifiche “scelte” giuridico-politiche, scelte “tragiche” operate nello spazio giuridico europeo e nei rapporti di questo con lo spazio giuridico globale... (segue)



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