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NUMERO 21 - 12/11/2014

 Il territorio locale come centro propulsore di un nuovo tipo di sviluppo condiviso e partecipato

Perché con “territorio” si possa indicare il luogo in cui potrebbe rendersi possibile un nuovo tipo di sviluppo come nel titolo del presente saggio, sarebbe opportuno qualche approfondimento per capire meglio se il sostantivo abbia un significato costante nel tempo, o se questo non sia cambiato con l’avvicendarsi degli eventi storici. Dal punto di vista del diritto, non si esplora una terra sconosciuta poiché le scienze giuridiche già tanto qui si sono spese. In politica si parla spesso di “radicamento” nel territorio per indicare la presenza capillare di organizzazioni o idee nel tessuto sociale, quasi a significare un fenomeno di maggiore o minore rispondenza fra esse e la società civile. Qui il sostantivo sembrerebbe far riferimento prevalente al rapporto fra formazioni sociali e persone; in altre accezioni, invece, il sostantivo indica la sola estensione “geografica” della proprietà fondiaria pubblica o privata, ma il profilo che ci interessa, ai fini del presente lavoro, riguarda il tradizionale rapporto fra terra, potere e sovranità. Da questo punto di vista, come è noto, alcuni studiosi hanno fatto risalire il termine a un’origine tutt’altro che “geografica”, bensì attinente al potere e alla sua forza. I verbi transitivi terrĭto o terrĕo starebbero, infatti, ad indicare azioni dell’atterrire, dello spaventare, poiché a delimitare lo spazio vitale altri non sarebbe che il potere d’imperio Il nomos, tuttavia, inteso come occupazione e divisione della terra che conduce alla stanzialità di collettività migranti o nomadi, secondo Schmitt, costituisce il primo atto giuridico che presuppone la presenza di un potere normativo che per sua definizione è atto d’imperio. E si ravvede un legame con la forza del potere proprio all’inizio del nuovo rapporto che lega un popolo stanziale a uno spazio individuato, sicché far risalire il sostantivo “territorio” all’esercizio di un potere pubblico – anche in virtù di legami delle parole con antiche forme semantiche pur presenti nella trasformazione della lingua – potrebbe avere un senso, ma la presunta origine del sostantivo dal “terrificante” potere è controvesa. Si fa spesso riferimento, come esempio, alla fondazione di Roma: tracciare il solco da parte di Romolo, infatti, fra mito e realtà, avrebbe determinato confini contenenti un “territorio” semanticamente ricollegabile alla coniugazione fra terrae e tŏrus (che significa anche solco, argine, rialzo terroso), che diventa oggetto di una nuova “appartenenza” prima inesistente. Il passaggio dallo stato di natura caratterizzato dal nomadismo a quello della c.d. “coscienza sociale”, comporta la trasformazione di ordinamenti giuridici primordiali fino a quel punto incentrati su regole prevalentemente consuetudinarie e su usi e costumi originari. Non solo, ma Romolo solca i confini dell’Urbe, come è noto, grazie all’unione fra tre tribù formate, ciascuna, da cento gentes (dieci curiae) che costituiscono, a loro volta singolarmente, altrettanti parziali e originari ordinamenti. Quello delle gentes è un fenomeno sociale antichissimo come prima forma organizzativa di carattere sociale quasi ovunque. In esso, il passaggio dallo status naturae a quello della “coscienza sociale”, oppure la trasformazione della c.d. “nazione biologica” in quella “politica”, in varie misure e modalità, a seconda del tempo e dello spazio, alla fondazione di Roma è già avvenuto. Il territorio, dunque, inteso come terrĭtōrĭum, è luogo/oggetto di una novella potestas almeno a partire dal superamento dello stato “biologico”. In base ad essa si stabilisce un rapporto dialettico fra le gentes e i rispettivi luoghi che presenta caratteri di forte pregnanza. Il concetto di territorio acquista un valore complesso poiché gruppo sociale e luoghi vitali di stanzialità diventano tutt’uno... (segue)


 



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