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NUMERO 3 - 11/02/2015

 Centocinquanta anni di dibattito sui confini regionali

Il dibattito sulle regioni, i loro confini e i loro accorpamenti è quasi una costante del nostro Paese. Una parte non trascurabile della discussione sulle regioni in sede costituente fu infatti dedicata al tema del regioni, del loro numero e dei loro confini e, come tutti sappiamo, fu infine risolta dall’ordine del giorno Targetti al quale si conformarono sia il testo dell’art. 130 che quello dell’art. 132 Cost.. L’ordine del giorno Targetti peraltro innovò sia pure solo in piccola parte alla tradizione italiana in materia di regioni che iniziò con la ripartizione del territorio del Regno di Italia in 14 compartimenti fatta da Pietro Maestri nel 1864 ai fini delle statistiche nazionali, sociale ed economiche per definire le diverse tipologie di produzione del territorio del nuovo Regno, che non comprendeva però l’allora ancora esistente Stato Pontifico. La divisione in 14 compartimenti fatta dal Maestri fu poi ripresa da Alfeo Pozzi che nel 1870 fece un manuale ad uso scolastico dal titolo “L’Italia nelle sue presenti condizioni fisiche, politiche, economiche e monumentali”. In questo volume, che ebbe un grande successo e molte successive edizioni, il Pozzi aggiunse all’elenco   del Maestri anche la regione Lazio, ormai diventata parte integrante dello Stato italiano, portando così a 15 il numero complessivo delle regioni. L’uso massiccio in tutte le scuole del manuale di Pozzi fu poi la causa prima del fatto che in tutte le scuole del Regno per decenni  la geografia del Paese, e in parte anche le sue caratteristiche economiche e monumentali, furono insegnate sulla base di quella ripartizione regionale. All’Assemblea costituente, dunque, il Targetti, proprio per superare la difficoltà posta dalle discussioni in ordine al numero e alla ripartizione delle istituende regioni, che rischiava di bloccare la discussione relativa all’introduzione delle regioni nella nuova Costituzione, riprese dunque l’elenco del Pozzi, con qualche correzione. Infatti dal Lazio fu staccata la regione Umbria e invece la precedente regione romagnola fu aggregata alla regione Emilia. Inoltre vennero istituite la Valle d’Aosta, il Trentino-Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia, regioni tutte la cui istituzione, così come la loro specialità, fu legata, come sappiamo,. alle vicende successive alla seconda guerra mondiale e ai Trattati che ne seguirono. Il numero delle regioni fu dunque fissato nell’ o.d.g. Targetti in 19, che divennero 20 con la l. cost. 27 dicembre n. 3, la quale modificando anche l’elenco dell’art.130 Cost. istituì la regione Molise. Il dibattito sulla ripartizione e il numero delle regioni italiane riprese poi con vigore dopo la istituzione nel 1970 delle regioni ordinarie, e si può dire che abbia avuto due grandi fasi: la prima, legata essenzialmente a un approccio geografico, economico e politico che ha percorso tutti gli anni settanta e ottanta, e che è culminata nella ricerca notissima della Fondazione Agnelli del 1992. La proposta della Fondazione infatti individuava 12 grandi macroregioni, definite prevalentemente sulla base di criteri geografici, economici e di capacità fiscale. Si trattò peraltro era anche di una risposta basata su criteri volutamente assunti come “scientifici” a altre ipotesi avanzate a più riprese da Gianfranco Miglio, e culminate poi nella proposta delle tre macroregioni italiane, presentata la prima volta al Congresso della Lega lombarda ad Assago nel 1992, e poi ripresa più sedi, e in particolare, con qualche correzione, nel volume “Una Costituzione per gli italiani” del 1995, e nell’”Asino di Buridano” del 1999. Ovviamente fra il progetto della Fondazione Agnelli e quelli di Miglio si sono inserite, e successivamente aggiunte numerose altre proposte di macroregioni, così come il tema diventò per un certo periodo oggetto di forti divisioni politiche, in quanto assunto come proprio programma politico dalla Lega Nord... (segue)



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