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NUMERO 3 - 11/02/2015

 (Macro)regioni e riforma costituzionale

Il progetto di riforma costituzionale procede a passi spediti, nelle intenzioni del Governo e della maggioranza, verso la definitiva approvazione, in prima lettura, da parte della Camera dei deputati. Le tensioni politiche che hanno seguito l’elezione del Presidente della Repubblica, decretando, nelle dichiarazioni ufficiali e nei comportamenti concludenti delle forze parlamentari, la crisi del “Patto del Nazareno”, hanno prodotto la reiterazione del contingentamento dei tempi del dibattito in aula, finalizzato a licenziare il testo entro la fine della settimana. Se alla Camera il destino della riforma appare, allo stato, segnato anche nei tempi, nonostante le proteste delle opposizioni, meno sicuro sembra l’esito del suo ulteriore corso al Senato, ove le formazioni politiche e i gruppi si vanno ricomponendo, ma la formazione di una maggioranza stabile risulta ancora tutt’altro che scontata. E’ dunque ancora presto per fare previsioni conclusive circa la probabilità che il disegno di legge costituzionale subisca ulteriori modifiche nel corso della seconda lettura. Certo è che, al momento, la riforma segna un vuoto rilevante sul tema della riorganizzazione territoriale, per quanto riguarda il sistema regionale. Vale a dire proprio sul punto che richiederebbe uno sforzo più intenso, visto che, dal 2012, il regionalismo italiano sta vivendo la crisi più acuta della sua storia. Eppure i segnali di questa crisi sono sotto gli occhi di tutti. Delle tredici Regioni nelle quali si sono svolte le elezioni nel 2010, ben sei hanno terminato con notevole anticipo la legislatura, di solito in concomitanza con eventi patologici. Tali vicende hanno coinciso con l’adozione del decreto legge 174 del 2012, che, come è noto, sull’onda della vicenda dei rimborsi ai gruppi consiliari della Regione Lazio, della crisi politica conseguita alla caduta del Governo nazionale nel 2011 e dei vincoli di bilancio imposti al Paese dall’Unione europea, ha fortemente limitato l’autonomia regionale, comprimendone non solo quella finanziaria, ma anche quella statutaria e organizzativa, subordinando l’80 per cento dei trasferimenti erariali diversi da quelli destinati al finanziamento del Servizio sanitario nazionale, delle politiche sociali e per le non autosufficienze e al trasporto pubblico locale, all’adozione di misure per la riduzione dei costi della politica, tra le quali quelle inerenti alla limitazione del numero dei consiglieri regionali e degli assessori, e rafforzando il controllo della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria degli enti. Una crisi della quale gli eventi degli ultimi tre anni costituiscono la manifestazione più virulenta e terminale, ma le cui cause sono risalenti nel tempo e mettono in discussione l’impostazione complessiva del sistema regionale negli ultimi quindici anni. Per parlar chiaro, quella avviata con il decentramento del 1997 e culminata nella riforma del Titolo V della Costituzione, i quali, come dimostra sia l’esperienza amministrativa concreta, sia il monitoraggio dei bilanci e degli ordinamenti regionali compiuti annualmente dalla Corte dei Conti, hanno prodotto un eccessivo incremento di competenze, che hanno spesso costituito duplicazioni di quelle trasferite dallo Stato, l’appesantimento degli apparati burocratici delle Regioni, dei rispettivi enti strumentali e delle società partecipate e, in ultima analisi, un consistente aumento della spesa pubblica. Ma anche il settore nel quale le Regioni hanno da sempre, poco dopo la loro istituzione, esercitato le più rilevanti competenze gestionali “piene”, vale a dire quello della sanità, ha fatto registrare anche negli ultimi anni dati allarmanti sulla tenuta dei conti pubblici: dieci Regioni (i.e. la metà degli enti territoriali) sono state sottoposte a piani di rientro dal debito sanitario e, tra di esse, ben cinque sono state assoggettate a commissariamento. E solo la maggiore capacità di entrate fiscali ha evitato ad alcuni enti territoriali un percorso analogo, consentendo di ripianare il debito mediante il ricorso all’avanzo delle entrate ordinarie... (segue)

 



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