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NUMERO 6 - 25/03/2015

 Riforma istituzionale: l'intreccio ineludibile tra tecnica e politica e i criteri di giudizio

Al di là dei necessari aspetti tecnici, sia in materia costituzionale sia in materia elettorale, su cui non bisogna mai essere dogmatici perché la scelta dipende non solo dai princìpi ma anche dal contesto politico in cui si applicano, resto sempre debitore del primo convegno a cui ho partecipato ad Arezzo nel 1979 con Pietro Scoppola, Nicola Lipari e Augusto Barbera, organizzato dalla Lega Democratica, dal Titolo “La terza fase e le istituzioni”. Faccio un passo indietro per chiarire la ricostruzione storica che fu esposta in quella sede, poi riproposta organicamente da Scoppola nel volume su “La Repubblica dei partiti”, basata anche sull’intervista postuma di Scoppola ed Elia a Lazzati e Dossetti. I Costituenti riuscirono in un miracolo perché l’intesa sulla Costituzione resse anche alla frattura di Governo della Primavera 1947. Tuttavia essa ebbe riflessi pesanti sui contenuti: restò uno scarto fortissimo tra i principi dello Stato sociale affermati nella Prima parte e gli strumenti deboli della seconda. Come ha spiegato anche Giuliano Amato nel suo volume sulle forme di stato e di Governo (in ultimo edito per Il Mulino con Francesco Clementi) lo Stato sociale funziona bene, è in grado di ristrutturarsi in modo coerente, se ci sono nelle grandi democrazie Governi di legislatura investiti direttamente, anche grazie a potenti incentivi istituzionali. Questa chiave di lettura esclude ovviamente del tutto spiegazioni storiche surreali, come quella della non interferenza, specie alla Costituente, tra Governo e assetti istituzionali, riproposte in modo naif anche nei dibattiti parlamentari di questo periodo. Dossetti e Lazzati ci raccontano tra l’altro della convocazione in convento dei costituenti dc da parte di Degasperi che fece loro ritirare d’imperio gli emendamenti sul rafforzamento dell’esecutivo per la sfiducia reciproca sugli esiti incerti delle successive elezioni politiche, quello che Augusto Barbera ha definito il timore del 18 aprile degli altri. Più in generale in due relazioni successive a distanza di un anno, nel 2004 e nel 2005, a Trento, prima Pietro Scoppola (5) e poi Leopoldo Elia (6) hanno ben chiarito che l’apparente estraneità del Governo che lasciava i suoi banchi alla Commissione dei 75 era funzionale alla scelta politica sostanziale di non irrigidire nella prima fase i rapporti tra forze molto eterogenee e poi nella seconda fase, dopo la cisi di governo, di non approfondire la divisione intervenuta, esattamente come era accaduto con la scelta di Saragat di dimettersi dalla Presidenza dell’assemblea dopo la scissione di Palazzo Barberini. Molte altre le conseguenze tecniche di letture inevitabilmente politiche, di questo intreccio inevitabile di tecnica e di politica: man mano che gli equilibri si delinearono, le sinistre nazionalmente minoritarie divennero regionaliste per disporre di una base territoriale di sperimentazione di governo e i dc dal Governo mollarono le teorie sturziane per diventare centralisti al fine evitare una lacerazione territoriale sull’asse della Guerra Fredda. Da qui anche il primo intervento sulla legge elettorale: quello del premio di maggioranza nelle amministrative del 1951 e per le Politiche 1953. Con la sinistra fuori gioco per ragioni internazionali e la destra in ripresa organizzativa, De Gasperi temeva di essere seriamente spinto (com’è noto anche dal papa) a compromessi con quest’ultima e cercò così di autonomizzare l’area di Governo. A dimostrazione del carattere cruciale di quel passaggio il Governo su una legge così delicata impegnò direttamente se stesso, fio ad utilizzare la questione di fiducia, il cui uso, in assenza di una normativa specifica, era peraltro ancora oggetto di contestazioni.  Il mancato scatto del premio rischiò quindi di giocare a destra, ma a causa dei fatti di Ungheria il Psi si autonomizzò dal Pci: a quel punto la legge elettorale, qualche mese dopo, nel 1957, col nuovo Testo Unico che ancor oggi reca quella data di riferimento, poté anche essere stabilizzata sulla proporzionale pura, così come, con alcuni interventi incrementali, anche le leggi elettorali comunale e provinciale, perché si apriva la strada politica del centrosinistra. Così, dopo, con l’evoluzione del Pci, si poteva arrivare alla solidarietà nazionale, premessa di un possibile sblocco verso l’alternanza dove, a quel punto, sarebbe tornata di attualità la questione delle regole... (segue)



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