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NUMERO 13 - 01/07/2015

 Dopo la Crimea: quali risposte alle ulteriori richieste di autonomia territoriale in Ucraina?

Alla vigilia della dissoluzione dell’Unione sovietica la Rada suprema della Repubblica socialista sovietica dell’Ucraina (Rssu) approvò la  Dichiarazione sulla sovranità  statale della Rssu del 16 luglio 1990 nella quale – dopo aver  ribadito che «Il territorio della Repubblica sovietica socialista dell’Ucraina nell’ambito delle frontiere esistenti è inviolabile e non può essere alterato senza il suo consenso» – affermava che «La Repubblica socialista sovietica dell’Ucraina stabilisce autonomamente la divisione amministrativo-territoriale della Repubblica e la procedura per la formazione delle sue entità amministrativo territoriali». Dal momento che tale richiamo all’autonomia decisionale non costituiva tanto l’espressione di una  volontà diretta a modificare l’ordinamento territoriale dell’Ucraina quanto  piuttosto la manifestazione del desiderio di mantenerla rispetto a eventuali rivendicazioni interne (e che forse avrebbero potuto ottenere l’appoggio di altre Repubbliche federate) non vennero però immediatamente introdotti dei cambiamenti nella  struttura territoriale del paese che – in conformità con quanto stabilito dall’art. 76 dell’ultima Costituzione della Rssu del 1978– risultava ancora suddivisa nelle ripartizioni amministrative di villaggio, borgata, distretto urbano, città, distretto e regione. Viceversa  in maniera piuttosto rapida si cercò di  modificare il sistema di  governo  all’interno  di tali ripartizioni che, in osservanza dei principi dell’unità del potere statale, della doppia dipendenza e del centralismo democratico propri della forma di Stato socialista, si basava sulla elezione diretta  delle rade dei deputati del popolo (organi locali del potere statale) che a loro volta eleggevano propri comitati esecutivi (organi locali dell’amministrazione statale). Tali modalità di esercizio del potere cominciarono  infatti a subire dei mutamenti sin dalla approvazione della legge della  Rssu “Sulle rade locali dei deputati popolari della Rssu e sull’autogoverno locale” del 7 dicembre 1990 che, diretta a «stabilire le basi dell’autogoverno locale e regionale quali fondamenti della struttura democratica del potere nell’Ucraina», forniva  una prima definizione di «autogoverno locale». Il legislatore ucraino non riusciva però ancora a separare nettamente il concetto di autogoverno dall’esercizio del potere e dell’amministrazione statale e ciò si rifletteva nella presenza a livello locale di istituti del passato socialista ibridati con quelli delle democrazie occidentali. Da un lato infatti le rade elettive dei deputati popolari di villaggio, borgata, città, distretto e regione acquisivano per la prima volta, in deroga al principio della direzione collegiale, il diritto di eleggere tra i loro componenti un organo monocratico, ovverosia il presidente della rada che di diritto diventava anche il presidente (capo) dell’organo esecutivo (comitato esecutivo) della stessa assemblea. Dall’altro invece continuava ad evidenziarsi una tendenza all’assemblearismo poiché la rada, con una votazione adottata a maggioranza assoluta su proposta di almeno un terzo dei  suoi deputati o  su richiesta  espressa dagli  elettori attraverso referendum, avrebbe potuto sempre revocare il proprio presidente che era  ad essa «subordinato»  mentre quest’ultimo non poteva procedere allo scioglimento dell’assemblea. Il sistema così delineato – le cui disposizioni dal 1991 non troveranno più piena applicazione nei confronti della Crimea il cui status di regione venne elevato a quello di repubblica autonoma – cominciò a subire dei cambiamenti importanti  in seguito agli emendamenti introdotti il 26 marzo 1992 nella stessa «Legge sulle rade locali dei deputati popolari della RSSU e sull’autogoverno locale» del 1990 che contestualmente cambiò la propria denominazione in «Legge sulle rade locali dei deputati popolari e sull’autogoverno locale e regionale». Grazie a tali novelle legislative in primo luogo si giungevano ad espugnare dalla disciplina sull’autogoverno locale alcune definizioni sulle quali pesava  maggiormente la tradizione socialista. In secondo luogo non solo si manteneva la differenziazione già esistente tra le competenze esercitabili dagli organi delle ripartizioni amministrativo territoriali di livello base e quelle realizzabili dagli organi delle ripartizioni amministrativo territoriali di livello regionale ma si introduceva altresì una distinzione tra la disciplina relativa all’organizzazione dell’autogoverno a livello di villaggi, borgate e città (livello di base) e quella a livello di regioni e distretti ai quali venivano equiparate le città di Kiev e Sebastopoli e i loro distretti urbani (livello regionale). A livello di base (villaggi, borgate, città) accanto all’elezione dei deputati della rada di villaggio, di borgata e di città  venne infatti introdotta l’elezione a suffragio universale e diretto del suo presidente che continuava ad assumere di diritto la presidenza del comitato esecutivo della rada e ad essere  «subordinato» – tranne che nell’esercizio di funzioni statali  delegate dagli organi del potere esecutivo –  nei confronti dell’assemblea di corrispondente livello... (segue) 



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