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NUMERO 16 - 02/09/2015

 I nodi della governance europea: euro, politica fiscale, bilancio unico dell’Unione. Per una nuova legittimazione democratica della BCE

Un utile contributo al tema odierno potrebbe, forse, opportunamente prendere le mosse dalla sottolineatura di alcuni paradossi che oggi si pongono all’attenzione non soltanto di chi possiede particolari competenze di economia politica, di scienza delle finanze e/o in materia fiscale, ma più in generale di tutti coloro che si impegnano nel tentativo di offrire soluzioni per sciogliere, quantomeno, taluni di quei nodi, relativi alla governance europea, cui fa riferimento il titolo di questa riflessione. Il primo di tali paradossi è talmente noto, che non richiede grandi dimostrazioni. E’, infatti, riassumibile nella decisione di dislocare su differenti livelli di governo politica monetaria, da un lato, e politica economica, dall’altro, con tutte le “paradossali” conseguenze ormai da tempo messe in luce nella letteratura scientifica, anche giuspubblicistica. Pare sufficiente, pertanto, riferirsi a quella che, con espressione forte, potrebbe persino definirsi la “schizofrenia” insita nell’aver affidato il governo della moneta alle competenze europee senza accompagnarvi un sostanziale governo dell’economia, sostenuto da un’adeguata politica fiscale. In sintesi, da un lato, ciò conduce alla paralisi dello stesso modello sociale europeo, che, per quanto sufficientemente definito nei diritti individuali, nelle libertà collettive e nei servizi pubblici previsti a vantaggio dei cittadini-consumatori, sconta la carenza da parte dell’Unione dei mezzi operativi per la realizzazione di quegli obiettivi di solidarietà cui pure è intitolato il Titolo IV della Carta di Nizza-Strasburgo, considerato che l’Unione non eroga direttamente prestazioni sociali, mentre, per altri versi, le limitate competenze europee di coordinamento delle politiche economiche nazionali si sono rivelate, nei fatti, deboli e insufficienti a contenere gli shock asimmetrici e ridurre gli squilibri economici fra le varie aree dell’eurozona. Dall’altro lato e correlativamente appare chiaro come, una volta sottratta agli Stati la possibilità di decidere i tassi di inflazione, le competenze politiche nazionali siano state sostanzialmente private del più tipico tra gli strumenti di manovra dell’economia, pur mantenendone formalmente le attribuzioni di governo, sicché, nella difficoltà di rilanciare consumi e investimenti, quando non anche le esportazioni, i Paesi membri più pesantemente segnati dalla recente crisi sono stati indotti ad intervenire, in funzione di contenimento del debito sovrano, con la riduzione delle spesa pubblica, ciò che ha finito in ultima analisi per minare la stessa tenuta del modello dello Stato sociale... (segue)



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