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FOCUS - Human rights N. 4 - 25/09/2015

 La 'mediamorfosi' del terrorismo jihadista tra iconoclastia e stato sociale

La maturazione del processo di transizione da un mondo analogico bipolare a quello contemporaneo globalizzato contraddistinto dall’interconnessione digitale, non solo fornisce nuovi strumenti agli attori del terrorismo, ma ne ridefinisce l’essenza stessa in uno scenario in continuo mutamento, la cui complessità è determinata tra l’altro dall’emersione di nuove entità, nuove minacce e nuove vulnerabilità che necessitano di un’attenzione profonda  al fine di comprenderne gli elementi costitutivi e le dinamiche di evoluzione per poter predisporre efficaci strumenti di analisi, prevenzione e contrasto. All’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, nell’ambito del terrorismo islamista il concetto di “jihadismo” comincia ad acquisire una certa diffusione e rilevanza, grazie soprattutto alla media coverage che inevitabilmente converge sul fenomeno data la spettacolare crudeltà degli attacchi condotti su suolo statunitense. Non che prima di tale evento non fosse presente nella retorica del terrorismo il termine jihad nella totale distorsione ideologizzata e semplificata del radicalismo violento, ossia come traduzione di “guerra santa” funzionalmente rilevante nel meccanismo politico-religioso di “chiamata al jihad”, l’individuazione dell’oppositore, del nemico, e la conseguente proiezione su di esso della violenza più distruttiva finalizzata all’eliminazione dello stesso in quanto ritenuto una minaccia per l’Islam.



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