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FOCUS - Human rights N. 4 - 25/09/2015

 Considerazioni sulle misure adottate dall’Unione europea in materia di combattenti terroristi stranieri

La responsabilità principale nel fronteggiare i problemi legati al terrorismo spetta agli Stati membri. Tuttavia, l’Unione europea (UE) può e deve svolgere un ruolo di sostegno e di coordinamento agli sforzi degli Stati membri, aiutandoli a rispondere a tale minaccia di natura transfrontaliera. Nel quadro dell’Unione europea la problematica dei combattenti terroristi stranieri rappresenta un fenomeno al momento contenuto ma, al tempo stesso, in grado di creare insicurezza per la popolazione europea, difficile da arginare e prevenire. Gli attacchi terroristici degli ultimi anni, compiuti da cellule numericamente ridotte o addirittura da singoli, non presentano elementi di connessione e sono stati perpetrati da tali combattenti una volta rientrati in Europa, in seguito a viaggi nelle zone di conflitto. Nel gennaio 2015 Europol stimava la presenza di combattenti stranieri nel territorio dell’Unione europea in circa 5000 unità. Si tratta di numeri approssimativi.  Infatti, le stime divergono a seconda dell’istituto che ha condotto l’indagine e in tali dati possono rientrare fenomeni molto diversi tra loro. Una valutazione sulla situazione del combattente può essere fatta solo caso per caso e non in astratto o attraverso criteri predeterminati. Se è vero, infatti, che tali persone viaggiano verso contesti di guerra al fine di addestrarsi e commettere azioni terroristiche al loro ritorno, in molti casi, rientrano disillusi e abbandonano tali velleità. Sono numerose le misure adottate negli anni dalle istituzioni dell’Unione per contrastare il terrorismo, tuttavia il presente lavoro si limita ad analizzare gli ultimi sviluppi delle azioni europee di contrasto al terrorismo e, in particolare, quelle relative ai foreign terrorist fighters



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