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NUMERO 19 - 14/10/2015

 L'autonomismo federale di Luigi Sturzo, dirigente dell'ANCI

Come ha scritto il cronista del Convegno celebrativo del cinquantesimo anniversario della morte di Luigi Sturzo di fronte ai tanti patrocini che l’evento poteva vantare, alla singolare compresenza di istituzioni civili e religiose partecipanti e, soprattutto, alla molteplicità di personalità laiche e confessionali che erano presenti : “don Luigi Sturzo, del resto, era don Luigi Sturzo “. Dunque, nessuna celebrazione poteva e può essere mai veramente all’altezza del pensiero e dell’azione di quest’uomo che per tutta la sua vita fu uno straordinario protagonista della storia d’Italia sia sotto il profilo ecclesiale che sociale e politico. Ma è soprattutto sotto quest’ultimo aspetto che la storia di Sturzo lascia stupefatti per la capacità anticipatoria del suo pensiero e la efficacia ‘rivoluzionaria’ della sua azione. Basti considerare che ancora oggi si fa molta fatica, primo, a comprendere e, poi, a declinare che l’autonomismo non è la ricerca e la celebrazione dell’autorefenzialità delle singole istituzioni ma la condizione di base per la realizzazione di un rapporto interistituzionale collaborativo, cooperativo, federale. Luigi Sturzo, invece, questa prospettiva l’aveva ben chiara e la perseguì fin dalla sua famosa relazione in ordine al Programma municipale letto al I Convegno dei consiglieri cattolici siciliani tenuto a Caltanissetta nel novembre del 1902  nella quale la rivendicazione del rafforzamento dell’autonomia e quindi della riforma legislativa dei Comuni era avanzata “entro una precisa concezione teorica relativa al rapporto intercorrente fra lo Stato e gli altri organismi naturali della società”. In altre parole, all’interno di una visione nella quale i Comuni, con la loro autonomia, non avrebbero dovuto sostituirsi allo Stato – come poteva suggerire un richiamo retorico all’antica condizione della tradizione medievale – ma costruirlo dal basso attraverso l’esercizio dei propri diritti nel rispetto, comunque, di un giusto equilibrio tra sfera comunale e sfera statale. Sotto altro aspetto anch’esso anticipatorio, ciò costituiva poi la risposta alternativa non solo alla concezione panstatale che aveva plasmato fin dall’inizio del Risorgimento, come un dogma assoluto, l’organizzazione dello Stato liberale ma anche alla sfida della prospettiva libertaria dell’autogoverno dei Comuni che il Partito Socialista Italiano (PSI) perseguiva d’accordo con i Radicali ed i Repubblicani che, subito dopo l’unificazione nazionale, si erano posti alla testa di quello che alla fine dell’ottocento sarebbe diventato il Movimento Municipalista Italiano. Per Sturzo, insomma, la lotta per i Comuni non poteva iscriversi all’interno dello slogan “conquistiamo i Comuni” dei primi socialisti rivoluzionari che, sulla scia di Andrea Costa e Giovanni Rossi, teorizzavano un Comune privo di qualsiasi riferimento ai suoi compiti ed alla sua natura amministrativa. E né meno delle tematiche elitarie che fino ad allora erano state agitate ed avevano caratterizzato il Movimento Cattolico. Per il prete di Caltagirone, invece, il pensiero autonomista ed il Movimento delle Autonomie dovevano occuparsi dei problemi concreti della gente, concepiti come diritti inviolabili funzionali agli interessi municipali. Così come avevano cominciato a fare i socialisti riformisti che con Claudio Treves ormai sostenevano la nuova funzione modernizzatrice del Comune non più prolungamento della politica governativa ma artefice autonomo del progresso civile ed economico del territorio e,che, soprattutto, con i Radicali ed i Repubblicani avevano dato vita il 17 ottobre 1901, nel I Congresso celebrato a Parma, all’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI), abbandonando l’idea dei loro compagni massimalisti di costituire la Lega dei Comuni quale organismo di “resistenza collettiva” ed imboccando la via della mediazione politica tra centro e periferia. Ed è infatti proprio quest’ultima la vera prospettiva politico-istituzionale nuova che Luigi Sturzo porta al proscenio della storia del Paese con il suo ingresso nell’agone politico nazionale, fino ad allora dimidiato tra i sostenitori della linea di accentramento statale sostenuta dalle forze governative guidate dalla Destra storica e dai Partiti liberali moderati ed i fautori dei Partiti estremisti che in funzione antiborghese perseguivano il trasferimento della macchina statale nelle mani del proletariato e, come “aspetto specifico di una concezione ‘integrale’ del socialismo”, l’affermazione dell’autogoverno locale. Per Sturzo, come cennato, invece, l’obbiettivo da perseguire è il riconoscimento dell’autonomia dei Comuni e la realizzazione del decentramento dello Stato nell’ambito dell’ordinamento nazionale e secondo un criterio di armonizzazione dei reciproci interessi. In ciò riprendendo un vecchio insegnamento del suo ideale maestro, Gioacchino Ventura, che proponeva il decentramento non  tanto come strumento tecnico di carattere politico-amministrativo per realizzare un ordinamento (italiano) di tipo federale o confederale ma quale declinazione del principio di sussidiarietà applicato ante litteram. Come ha scritto al tal proposito Eugenio Guccione, Ventura e Sturzo insistevano “sulla convenienza che Società e Stato garantissero la specifica attività dei gruppi e degli enti minori e intermedi, ne regolassero il rispettivo funzionamento per assicurare, nell’armonia generale dei mezzi e dei fini, la realizzazione del bene comune e prestassero loro ogni aiuto e protezione per metterli in grado di operare in condizioni di autosufficienza”. Anzi, per Ventura è nell’ordine naturale delle cose la “conciliazione tra il Potere supremo e il potere delle minori e inferiori comunità”, il “rispetto per tutte le associazioni e tutti i poteri subalterni del paese”, il “riconoscimento della libertà e dell’autonomia della famiglia, del Comune, di altri enti e società maggiori o minori”. Sturzo parte da qui, da questa certezza. Dalla convinzione che è “tempo ormai di comprendere come gli organismi inferiori dello Stato – Regione, Provincia, Comune – non sono semplici uffici burocratici o enti delegati, ma hanno e devono aver vita propria, che corrisponda ai bisogni dell’ambiente, che sviluppi iniziative popolari, di impulso alla produzione ed al commercio locale”. Che, in altri termini, siano enti autonomi, centri di autogoverno. Con potere proprio. Ma non divergente dallo Stato. Bensì convergente. Insomma, che siano dotati di autonomia federalista in grado di tenere unite le varie parti del territorio all’interno di un ordinamento comunitario che li colleghi finanziariamente ed economicamente e soprattutto assicuri loro una legislazione omogenea. Queste sono le linee fondamentali del binario su cui Sturzo si lancia, prima, per entrare e, poi, per guidare l’Associazione dei Comuni Italiani nella lotta divenuta indifferibile contro lo Stato. Egli si presenta come il partigiano delle rivendicazioni autonomistiche ma nell’attenta ricerca del giusto equilibrio tra competenze comunali e statali. Afferma la necessità che ai Comuni si riconosca l’autonomia ma la collega alla responsabilità. Considera il Comune “con estremo riguardo, in quanto ente più concreto tra quelli pubblici in ragione dello stringente legame che qui unisce il popolo all’autorità legittima”. Valuta che si tratti di un patrimonio che non deve essere perduto riducendo il Comune a mero “organo amministrativo”... (segue)



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