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NUMERO 22 - 25/11/2015

 L'opposizione politica in Italia

Ciò si spiega in origine con la particolare conformazione del sistema dei partiti che, dopo la prima legislatura repubblicana, ha dato una curvatura assemblearistica alla forma di governo parlamentare. Com’è noto tale forma di governo si presenta a virtualità multiple, a geometria variabile. Se si esclude il caso di Grandi coalizioni (in cui il Governo è, almeno di norma, comitato direttivo di una vastissima maggioranza), essa può oscillare da una versione assemblearistica, che ha sotto di sé un sistema multipolare ad una-neo-parlamentare, che invece ha sotto di sé un sistema bipolare e che è quindi centrata sul continuum maggioranza elettorale-maggioranza parlamentare-Governo, in cui quest’ultimo assume il ruolo di comitato direttivo della maggioranza. Solo in questo secondo caso si pone il problema di un riconoscimento solenne dell’Opposizione perché il Parlamento appare diviso tra chi sta dentro e chi sta fuori dal continuum, di norma per l’intera legislatura. Chi sta fuori abbisogna di forme di riconoscimento per essere maggiormente in grado, anche dalle aule parlamentari, di presentare un indirizzo politico alternativo all’elettorato in vista della possibile alternanza elettorale. Invece, nel primo caso, quello della forma assembleare, il Parlamento appare ancora come un tutto che volta a volta (più volte nella legislatura) delega a un esecutivo, inteso nel senso restrittivo del termine, alcuni delimitati poteri. Il Governo italiano, tranne la prima legislatura 1948-1953, non si è imposto come comitato direttivo della maggioranza e, in un quadro di alternanza impossibile per la connessione del sistema dei partiti con la divisione Est-Ovest, non si è quindi posta l’esigenza di uno Statuto dell’Opposizione. Il primo sistema dei partiti, formatosi nel periodo costituente e durato fino al 1993, non praticava l’alternanza. Vedeva forze di centro stabilmente al Governo (la Democrazia Cristiana e i suoi alleati), in quanto si trattava delle forze che sin dall’origine (liberali, repubblicani, socialdemocratici) o in seguito (socialisti) si erano riconosciute sia nella Costituzione sorta dalla Resistenza (il discrimine che va dalla Liberazione del 25 aprile 1945 all’entrata in vigore della Costituzione l’1 gennaio 1948) sia nell’opzione europea ed atlantica (il discrimine che va dalle elezioni del 18 aprile 1948 all’agosto 1949 con l’adesione formale alla Nato) e due diverse minoranze sulle ali. La più consistente, quella di sinistra, imperniata sul Partito Comunista emerso dalle elezioni del 1948 come il più forte partito della sinistra, si era pienamente riconosciuta nella Costituzione, ma, non rientrando in una collocazione internazionale compatibile con l’assunzione di piene responsabilità di Governo, ricadeva pertanto in una “conventio ad excludendum”. Essa era però bilanciata, per tenere insieme il Paese che non poteva reggere scontri frontali (e anche per la debolezza politica di una maggioranza composita che volentieri trovava nel consenso dell’opposizione un rimedio ai contrasti interni, soprattutto tra le correnti del partito di maggioranza relativa), da una “conventio ad includendum” (o “ad consociandum”) sulle principali politiche di Governo, sino al punto di massimo coinvolgimento nella legislatura 1976-1979 in cui, in connessione con la sua evoluzione pro-europea e pro-atlantica, entrò anche a far parte della maggioranza di Governo... (segue)



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