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NUMERO 22 - 25/11/2015

 Prime osservazioni sul diritto di recedere dall'Unione europea

Per decenni l’ipotesi che uno Stato potesse voler abbandonare la casa comune europea è stata talmente irrealistica da non essere presa in considerazione neanche sul piano teorico, oltre che su quello giuridico. La costruzione in progress dell’Unione europea e la sua progressiva trasformazione da organizzazione internazionale a sovranazionale ha fatto sì che per anni il tema del recesso dall’Unione non fosse inserito nei Trattati istitutivi, cosa avvenuta con il Trattato di Lisbona, dopo esser stata proposta qualche anno prima nel mai entrato in vigore Trattato costituzionale del 2004. Se il vuoto normativo è stato colmato solo dopo quasi 50 anni dal Trattato di Roma non è stato certo per una tardiva consapevolezza del problema, ma per due motivi di carattere sostanziale: in primo luogo la natura giuridica della Comunità, che fino alla firma dell’Atto Unico era molto diversa da quella attuale; in secondo luogo va sottolineato come nella sua fase espansiva che l’ha portata a ricomprendere 28 Stati membri, l’Europa abbia rappresentato un enorme fattore di diffusione di diritti e di opportunità economiche tale da non rendere ipotizzabile la possibilità dell’uscita di uno Stato. Quale governo avrebbe infatti rinunciato alle quattro libertà e alla possibilità di accedere ad un mercato nuovo e vastissimo? Più ancora dell’intervento normativo operato a Lisbona è la crisi economico-finanziaria che rende oggi l’ipotesi del recesso da parte di alcuni Stati membri non solo un surreale caso di scuola ma una eventualità concreta, sebbene dalla conseguenze non del tutto prevedibili. L’impatto della crisi sulla stabilità dell’Unione europea si è fatto sentire per tre ordini di ragioni. Innanzitutto ha dato forza all’euroscetticismo, e quindi a tutti quei movimenti partitici che hanno individuato nell’Europa il capro espiatorio per le difficoltà economiche nazionali. Tutti i governi nazionali degli Stati membri hanno subito la crescita elettorale dei partiti euroscettici e hanno reagito mutando il loro stesso atteggiamento nei confronti di Bruxelles, nel tentativo di contrastare l’emorragia di voti interna che mina la loro stabilità. I movimenti euroscettici hanno dunque portato all’attenzione dell’opinione pubblica di tutti gli Stati membri il tema della possibilità di uscire dall’Unione europea, in passato del tutto marginalizzato e legato a pochi e concentrati movimenti nazionalisti. In seconda battuta, è noto come la risposta europea alla crisi si sia basata su politiche di rigore, molto impopolari e molto sofferte in diversi Stati membri. Una delle reazioni a queste politiche è stata il rilancio della teoria della svalutazione competitiva, in base alla quale uno Stato che decidesse di uscire dall’Europa potrebbe trarre grandissimi benefici economici dalla svalutazione della propria moneta e gli sarebbe così possibile competere da una posizione di vantaggio con il lento e macchinoso blocco europeo. La terza conseguenza della crisi è senza dubbio la più importante: essa ha rappresentato infatti il primo vero banco di prova per l’efficacia dell’Unione europea. Mai nella storia infatti la Comunità prima e l’Unione poi erano state messe di fronte ad una situazione di tale complessità. Il perdurare delle difficoltà economiche sta mettendo a dura prova la credibilità delle istituzioni europee, proprio in un momento in cui ci si aspetta da loro il massimo dell’efficacia. L’Europa nasce infatti per dare una risposta comune a problemi troppo grandi per i singoli Stati membri: se si mostra incapace di dare queste risposte allora perde la sua stessa ragion d’essere. La perdita di attrattiva dell’Unione è in parte testimoniata dal recente episodio dell’Islanda: Stato candidato all’ingresso nell’Unione che, dopo aver fatto domanda nel 2009, aver ottenuto lo status ufficiale di candidato nel 2010 e aver già chiuso 11 dei 35 capitoli negoziali dell’acquis communautaire, ha deciso di interrompere i negoziati e ritirare la propria domanda di adesione, rinunciando definitivamente all’ingresso nell’Unione. Un caso, quello islandese, che ricorda molto la vicenda norvegese: lo stato scandinavo ha infatti presentato per tre volte domanda di ingresso e per ben due volte è arrivato a firmare il trattato di adesione – nel 1972 e nel 1994 – salvo poi rinunciare per effetto dell’esito negativo dei relativi referendum popolari di conferma. Ma sono altre le vicende politiche che rendono sempre più di attualità il tema del recesso, e riguardano in particolare quanto sta avvenendo nel Regno Unito, in Grecia e in Catalogna. Il 10 giugno 2015 la Camera dei Comuni britannica ha infatti dato il primo assenso allo svolgimento di un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea. Già dal 2013 il Primo Ministro Cameron aveva dichiarato l’intenzione di procedere ad una consultazione popolare sul tema entro il 2017, e ora l’iter per arrivare al referendum è iniziato concretamente. Ci sono ancora molti passaggi parlamentari da portare a termine, ma la prima votazione sembra fugare ogni dubbio circa le possibilità che il referendum si faccia davvero: 544 parlamentari hanno infatti votato a favore della consultazione, mentre solo 53 – quasi tutti esponenti dello Scottish National Party – hanno votato contro... (segue)



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