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NUMERO 22 - 25/11/2015

 Diritti e confini nell'Europa della crisi

La fase cui è pervenuto il processo di integrazione in Europa viene di frequente ricostruita - come sembra legittimo alla luce delle vicende che è dato osservare - secondo la linea di perdurante tensione tra «unità» e «frammentazione». Ove alla «frammentazione» è attribuita un'accezione negativa, percependosi in essa una sorta di forma degenerativa della pluralità, che viene riconosciuta nella forza di resistenza degli Stati-Nazione in quanto fattore di stagnazione politica nello sviluppo del processo costituente europeo; ma anche - per altro connesso riguardo - nel prodursi di nuovi fenomeni di disgregazione sociale e politica all'interno degli Stati nazionali, in una crisi economica, inedita per dimensione e per durata, che minaccia la coesione sociale nei singoli ordinamenti statali. Non è forse inutile interrogarsi nuovamente, anche ricercando punti di vista meno consueti di quelli ordinariamente frequentati, sui caratteri della «grande trasformazione» in atto, poiché, nella sterminata (e ormai, per le sue dimensioni, largamente inconoscibile) letteratura sul fenomeno europeo, l'influenza di gran lunga maggiore è rimarcata dall'approccio economico. Approccio beninteso necessario, ma che, nella sua pretesa di esclusività, è andato poi virando, assai di frequente, verso un ideologismo economicista (che è ben altra, assai meno pregiata materia), di tipo quantitativo, neoclassico, monetarista. Un'influenza rimasta salda, nonostante gli scacchi in cui sono incappate le politiche cui quell'approccio ha fornito la strumentazione teorica. La concezione di fondo: si affermi un'idea generale di mercato, si stabiliscano stringenti e non derogabili regole comuni in materia di bilanci, l'assetto politico dell'Europa ne risulterà plasmato, e ne seguirà anche una nuova visione del mondo. La dimensione culturale resta laterale e incomunicante. Talvolta è percepita come un vagheggiamento unitario, destinato a essere disatteso dalla dura sostanza politica ed economica dei fatti. E con essa è destinata a essere disattesa la cultura giuridica, nella sua complessa stratificazione storica, poiché alla produzione normativa, anzitutto di rango costituzionale, è assegnato un compito servente, nella contingente congruità con le politiche che la richiamata ideologia economicista prospetta come necessarie. Separate e sottostimate come strumento di comprensione e fondamento della prassi anche le grandi costruzioni di Federico Chabod e di Fernand Braudel, che pure designano quella complessità destinata a sfuggire a ogni approccio unidimensionale al processo di integrazione. Siffatto scientismo economicista - sorretto da pretese assiomatiche di assolutezza - è in realtà fatto di una sostanza ideologica irriducibile. E non può servire a comprendere i fenomeni, né, in ultima istanza, a orientarli. Né sarebbe servito a comprendere o a orientare, in qualsiasi tempo, alcun'altra «grande trasformazione». Quando Karl Polanyi esamina la «grande trasformazione» delle istituzioni liberali negli anni Trenta del secolo scorso, rinvenendo le origini della crisi nell'Inghilterra ricardiana, considera bensì la trasformazione, ma lo fa ponendo le premesse di «un'antropologia economica generale». E conclude il suo percorso analitico sui «fatti costitutivi della coscienza dell'uomo occidentale: la consapevolezza della morte, la consapevolezza della libertà e la consapevolezza della società». La prima oggetto della rivelazione veterotestamentaria, la seconda della rivelazione neotestamentaria, la terza acquisita «attraverso la vita della società industriale». E quando, nel 1935, Paul Hazard crede di trovarsi innanzi a un'altra grande scansione della storia europea - quella segnata dalla crisi, durata trentaquattro anni, tra il 1680 e il 1714 - la descrive e la ricostruisce come Crise de la conscience européenne, incontrando il formidabile problema dell'identificazione delle rotture e delle permanenze in una civilizzazione. Delle sue opinioni teoriche molto si può dire, e molto è stato detto: che egli abbia scambiato il punto di osservazione francese con l'Europa intera; che abbia drammatizzato gli eventi, proponendo l'idea di una crisi della coscienza europea rapida e brutale, che andrebbe sottoposta a critica (tanto che Franco Venturi, con riferimento all'Italia del XVIII Secolo preferisce adoperare la formula «delusione intellettuale», piuttosto che quella, assai più impegnativa, di «crisi della coscienza»). Ma, se si tratta di un errore, è un grandioso errore, poiché resta ferma l'opzione di metodo, che non può essere disattesa: di ogni trasformazione nulla, o quasi nulla, risulterebbe comprensibile, se non avendo percezione del processo storico come fatto umano, cioè come fatto dell'uomo nella sua concreta storicità. E questa non è un'astrazione semplificata, quale per esempio l'homo oeconomicus nell'ideologia del mercato perfetto atomizzato. È solo nella consapevolezza di un processo siffatto che possono individuarsi i «tempi del mondo», le scansioni e le permanenze: lo ha fatto Braudel con la sua costruzione fondata sul rapporto tra tempo lungo e tempo congiunturale, nel tentativo analitico di  «addomesticare il tempo». Quanto di tutto ciò possa rientrare nei modelli di taluni economisti quantitativi, nel loro totemismo algoritmico, è piuttosto facile da capire. Eppure tale scientismo diviene pensiero dominante, pretendendo di orientare le politiche europee (e di fatto orientandole). E rimarrà tale fino a quando non si acquisirà consapevolezza che il superamento della crisi del processo di integrazione e la costruzione dell'Europa unita saranno un obiettivo mancato fino a quando si sarà dato credito a un solo rigido approccio di teoria economica... (segue) 



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