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NUMERO 23 - 09/12/2015

 Sulle conseguenze di un eventuale Brexit

Due aspetti preliminari meritano di essere presi in considerazione in merito alla lettera che il Primo ministro inglese Cameron ha indirizzato al Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk il 10 novembre. Il primo riguarda lo scarso rilievo che i media hanno dato alla notizia: il giorno successivo molti quotidiani ne hanno riportato il testo, salvo poi dimenticarne i contenuti e – soprattutto – astenersi da ogni più approfondito commento. Se si guarda al panorama italiano la cosa non stupisce: il disinteresse cronico per le vicende istituzionali europee è stato ancora una volta ribadito dall’attenzione pressoché nulla riservata al messaggio del Regno Unito, al quale si sono spesso preferite le vicende giudiziarie del governatore della Regione Campania o la questione del doping di stato russo. Ma nello stesso Regno Unito la vicenda è stata archiviata con una certa facilità: l’opinione pubblica è infatti concentrata sul tema del referendum del 2017 e i media hanno ritenuto scontate, quando non addirittura troppo deboli, le richieste avanzate dal governo. In secondo luogo non può trascurarsi la probabilità che il gesto di Cameron avesse un doppio destinatario: senz’altro Tusk, al quale al lettera era indirizzata, ma anche l’opinione pubblica interna, in cui, se la componente euroscettica è pari a quasi la metà della popolazione, quella eurocritica rappresenta senz’altro la maggioranza. Il risultato dell’UKIP alle ultime elezioni parlamentari costituisce un dato che ha fatto senz’altro riflettere tutti i partiti del Regno, ma in particolare i conservatori. Il partito di Nigel Farage ha avuto il grande exploit con le europee del 2014, ma si trattava di un evento in qualche modo prevedibile: l’Ukip ha sempre ottenuto buoni risultati nelle tornate europee, passando dal 6,7% del 1999, al 16,1% e 16,6% del 2004 e del 2009, per poi raggiungere finalmente il clamoroso record del 27,5% del 2014, che gli è valso la conquista di 24 seggi. Questi importanti risultati europei sono però sempre stati accompagnati da scarsissimi – sebbene sempre crescenti – consensi a livello di elezioni politiche, dove il partito era arrivato a ottenere al massimo il 3,1% dei suffragi nel 2010. Il 2015 da questo punto di vista ha costituito una significativa eccezione: i sostenitori della “indipendenza del Regno Unito” hanno ricevuto quasi 4 milioni di voti – il 12,6% dei suffragi – attestandosi come terzo partito. In virtù dei noti effetti del sistema elettorale plurality occupano solo un seggio a Westminster, ma il dato politico resta, e non è scevro di conseguenze. L’ipotesi che buona parte dei consensi guadagnati dall’Ukip siano stati persi dai conservatori e che Cameron voglia puntare a recuperarli attraverso un atteggiamento fortemente eurocritico e il ricorso a dure prese di posizione in campo europeo da poter mostrare all’opinione pubblica interna è tutt’altro che peregrina... (segue)



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