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FOCUS - La nascita dei governi N. 0 - 22/01/2014

 Le elezioni politiche del 2008 e la formazione del Governo Berlusconi IV

Il secondo governo presieduto da Romano Prodi giunge al capolinea per effetto del voto del 24 gennaio 2008, con cui il Senato boccia l’ordine del giorno sul quale il Presidente del Consiglio aveva deciso di porre la questione di fiducia. La crisi del secondo governo Prodi, oltre ad essere stata la seconda crisi parlamentare della storia repubblicana, fu anche una delle più lunghe, costringendo il governo dimissionario a 104 giorni di disbrigo degli affari correnti, e si concluse con l’interruzione anticipata della XV legislatura, che divenne così la seconda più breve della storia repubblicana. La lunga durata della crisi fu il frutto del tentativo operato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di promuovere un governo di scopo che procedesse alle riforme istituzionali necessarie al Paese, a partire da quella elettorale, in modo da superare il porcellum entrato in vigore con la legge 270 del 2005. Napolitano avviò le consultazioni il giorno seguente il voto di sfiducia e il 30 gennaio affidò al Presidente del Senato Franco Marini un mandato esplorativo per verificare la sussistenza di condizioni che permettessero di evitare il ritorno alle urne, e facendo appello a “spiragli di dialogo tra le forze politiche per una modifica della legge elettorale vigente e di alcune importanti norme della Costituzione”. Quattro giorni bastarono al presidente incaricato per rendersi conto dell’impossibilità di comporre una nuova maggioranza e decidere di presentarsi dinanzi al Presidente della Repubblica per comunicare l’esito della sua indagine. Il 4 febbraio Napolitano prese atto della situazione e avviò le procedure che lo portarono, due giorni dopo, ad emanare il decreto di scioglimento delle Camere, sottolineando tuttavia come una durata così breve della legislatura rappresentasse un’anomalia che avrebbe potuto avere importanti conseguenze sulla governabilità del Paese. Parte della dottrina non tardò peraltro ad evidenziare come la fine prematura della legislatura costituiva una testimonianza della difficoltà di affermazione del modello di democrazia maggioritaria in Italia. Le nuove elezioni si sarebbero svolte il 13 e 14 aprile 2008. Il 15 febbraio il governo adottò un decreto legge in materia elettorale con il quale rese possibile l’accorpamento delle elezioni amministrative a quelle politiche (election day) ed eliminò l’obbligo di raccolta delle firme per i partiti già rappresentati in uno dei due rami del Parlamento, ovvero nel Parlamento europeo. L’adozione di un decreto legge in materia elettorale da parte di un governo dimissionario non tardò a destare perplessità e dubbi di legittimità: in risposta ad una lettera del Presidente emerito Francesco Cossiga, Napolitano si affrettò a garantire che il decreto sarebbe stato firmato solo in presenza di un ampio consenso, frutto di un accordo con i partiti di opposizione, cui in effetti si sarebbe giunti in seguito. Le elezioni si tengono dunque il 13 e 14 aprile e vedono la scontata affermazione della coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi, ma sono molto significative dal punto di vista dell’evoluzione del sistema partitico che sia per quel che riguarda le candidature sia per quel che riguarda gli esiti elettorali farà sperare in una concreta semplificazione del quadro politico. Sarà in realtà proprio lo svolgimento della nuova legislatura, come si avrà modo di vedere, a far tramontare definitivamente quello che è stato l’obiettivo politico dei primi vent’anni di Seconda Repubblica. La transizione verso il bipartitismo tanto agognato dalla gran parte degli schieramenti politici nel corso degli anni Novanta aveva bisogno di tre elementi per potersi affermare: una legge elettorale che la assecondasse, un atteggiamento concludente anche da parte dei partiti ed un comportamento degli elettori che premiasse la semplificazione. Per quanto discussa e poi rivelatasi parzialmente incostituzionale, la legge 270 del 2005 spingeva fin troppo verso la bipolarizzazione del sistema, prevedendo una serie di bonus e facilitazioni per le liste coalizzate. Ma un sistema politico non può essere plasmato solo attraverso le norme elettorali: infatti l’effetto delle legge nelle elezioni del 2006 fu quello di spingere i partiti ad unirsi in coalizioni molto eterogenee e con discutibile identità programmatica. Il fallimento di questo tipo di atteggiamento è testimoniato dall’inefficacia e dalla brevissima durata della XIV legislatura. Le tensioni interne alla troppo eterogenea maggioranza che aveva tenuto per due anni in piedi il fragile governo di Romano Prodi spinsero i leader del centrosinistra e del centrodestra ad interrogarsi non solo sulle strategie elettorali ma anche sulla necessità di gestire la maggioranza una volta vinte le elezioni. Così nel centrodestra la logica dell’attacco a tre punte utilizzata in occasione delle elezioni del 2006 venne messa da parte: Forza Italia e Alleanza Nazionale si fusero in un unico partito, il Popolo della Libertà che esordì come federazione di partiti il 27 febbraio 2008 ed ebbe il suo congresso istitutivo tra il 27 ed il 29 marzo del 2009. Ancor prima, nel novembre del 2007, si era riunita l’Assemblea costituente del nuovo Partito Democratico, nato anch’esso dalla fusione dei due principali partiti di centrosinistra: la Margherita e i Democratici di Sinistra. Il comportamento di PdL e PD è stato l’elemento di diversità principale tra le elezioni del 2006 e quelle del 2008: in quest’ultimo caso infatti i partiti principali si sono rifiutati di aprire ad libitum le coalizioni, sferrando un attacco congiunto, credibile e decisivo nei confronti dei piccoli partiti che, in virtù della soglia di sbarramento non mitigata da alcun bonus di coalizione, sono rimasti in gran parte fuori dalla ripartizione dei seggi. Il 10 marzo vennero presentate le liste elettorali. Il PdL puntò molto su la creazione di liste che mantenessero inalterato il rapporto di rappresentanza interno tra i candidati provenienti da FI e quelli provenienti da AN. Il Partito Democratico introdusse invece il sistema delle primarie, attraverso il quale si decise la candidatura di Walter Veltroni come Presidente del Consiglio. Nelle liste si provò ad apportare qualche innovazione: pochi politici di professione come capilista (lo stesso Veltroni non lo era), ma primi posti lasciati a personalità particolari che avrebbero dovuto incarnare il nuovo spirito del partito, quali ad esempio l’imprenditore Matteo Colaninno o la giovane Marianna Madia; con lo stesso spirito di innovazione il PD dichiarò di voler garantire un certo equilibrio di genere nelle liste. Cosa che fece, pur lasciando molto spesso alle quote rosa i soli posti in fondo alla lista. Nonostante la tendenza alla coalizione o all’accorpamento in liste uniche furono ben 13 i candidati premier proposti dalle liste ammesse a competere nella tornata elettorale: oltre a Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, figuravano anche diversi nomi di spicco come Pier Ferdinando Casini e Fausto Bertinotti, oltre che candidature curiose e provocatorie, come quella del giornalista Giuliano Ferrara. La campagna elettorale fu incentrata prevalentemente sulla sicurezza, sull’emergenza rifiuti di Napoli e sulla vicenda Alitalia. Tutti i sondaggi e tutti i commentatori, tanto in Italia quanto all’estero, attendevano una facile vittoria della coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi, e il dato non tradì le attese. Anzi, la vittoria del centrodestra fu forse ancor più netta di quanto ci si attendesse. Rispetto al 2006 ci fu un calo quasi record dell’affluenza (-3,1%) che si attestò all’80,5% degli aventi diritto. Parteciparono al voto, per la seconda volta, anche gli italiani residenti all’estero. Il centrodestra ottenne il 46,81% alla Camera ed il 47,31% al Senato e la nuova maggioranza si costituiva sull’asse Popolo della Libertà – Lega Nord. L’oramai ex partito indipendentista aveva infatti ottenuto un ottimo risultato attestandosi intorno all’8%. Il PD uscì sconfitto, come ampiamente previsto, e dovette assistere anche al buon risultato dell’Italia dei Valori, che seppe approfittare del voto di dissenso che molti elettori di centrosinistra scelsero di accordargli in virtù del sistema delle liste coalizzate. Il Parlamento che uscì dalle elezioni era dunque fortemente nelle mani del centrodestra. In termini di seggi infatti PdL (276), Lega (60) e MpA (8) controllavano 344 seggi alla Camera, mentre a PD e IdV ne furono assegnati 247; 36 all’Unione di Centro; 2 SVP; 1 Movimento italiani all’estero. Nonostante le note disfunzioni della legge elettorale, dovute ai premi di maggioranza regionali, al Senato il controllo del centrodestra era ancora più saldo: 174 seggi al centrodestra, 133 al centrosinistra, 3 all’UDC, 3 al SVP, 1 Vallée d’Aoste e uno al Movimento degli Italiani all’estero. I due senatori di vantaggio con cui Romano Prodi aveva governato negli ultimi due anni diventavano dunque un vago ricordo: il Parlamento aveva una maggioranza, e il Paese sarebbe stato governato... (segue)



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