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FOCUS - Human rights N. 2 - 17/06/2016

 Brevi note in tema di segreto di Stato alla luce del caso Abu Omar

La recente pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che ha condannato lo Stato italiano per violazione degli articoli 3, 5, 8 e 13 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, con riguardo alla vicenda della “extraordinary rendition” di Osama Mustafa Hassan Nasr, meglio conosciuto come Abu Omar, ripropone con forza il tema dei limiti di legittimità e opportunità della apposizione/opposizione del segreto di Stato da parte del Governo. La sentenza non si limita infatti a statuire che, in danno del cittadino egiziano, siano stati infranti da parte dei servizi di informazione e sicurezza degli Stati Uniti – con la asserita collaborazione di dipendenti degli organismi italiani – il divieto di tortura e trattamenti degradanti (art. 3 della Convenzione), il diritto alla libertà e alla sicurezza (art. 5) e il diritto al rispetto della vita privata (art. 8), ma anche il diritto ad una effettiva tutela giudiziaria (art. 13), e ciò attraverso la sostanziale inibizione dell’azione penale a carico dei responsabili, determinata dalla opposizione - e successiva conferma  - del segreto di Stato. In particolare, laddove affronta la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, la Corte rileva che “la decisione del potere esecutivo di applicare il segreto di Stato ad informazioni che erano già state conosciute dal pubblico ha avuto come obiettivo quello di evitare la condanna degli agenti del SISMI”. Ne consegue che “malgrado l’impegno e la qualità del lavoro degli inquirenti italiani, l’indagine giudiziaria non ha potuto rispondere su questo punto alle esigenze della Convenzione".



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