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NUMERO 24 - 14/12/2016

 Costituzione economica e sistema elettorale

In una intervista televisiva dell’anno scorso il Presidente del Senato Grasso ha confidato di essersi dato alla politica anche per tentar di cambiare il modello del ‘politico’, che in particolare dovrebbe smettere di “cercare il consenso a tutti i costi”. Può darsi che volesse solo dire che il consenso va ricercato nella legalità, e su questo chiunque, credo, non può che dichiararsi d’accordo. Ma l’impressione è che volesse dire qualcosa di più. Voleva forse dire che non sempre quello che vogliono gli elettori è giusto? Si possono fare esempi elementari, richiamando la rincorsa della Lega allo scontento popolare diffuso contro la dimensione e l’aspetto attuale delle problematiche dell’immigrazione, o degli atteggiamenti nei confronti dei Rom e così via. Il Presidente Grasso ci voleva dire che spesso e volentieri il popolo sbaglia, e che il politico deve fare quello che è giusto, e non quello che chiedono gli elettori? Facciamo un attimo nostra questa ipotesi. Ma che significa ‘giusto’? Se guardata con gli occhi di una certa etica, o meglio di una certa interpretazione costituzionale, la volontà di ampia parte dei cittadini e persino della maggioranza popolare potrebbe apparire sbagliata, rozza, barbara. Se ne può legittimamente far conseguire che il popolo non va sempre assecondato, anche a costo di perderne il consenso? Ciò conduce alla formulazione di due problemi. Uno, come determinare cosa vogliono esattamente, gli elettori? Due, come valutare questa volontà, in base a quali parametri? La prima questione non ha nulla di giuridico. La seconda potrebbe esprimersi forse meglio anche così: cosa ‘non debbono’ volere gli elettori?  Proviamo a girare il prisma di visualizzazione. La democrazia, come volontà popolare (di minoranze o della maggioranza) è subordinata al diritto? We the Court, vale di più di We the People? L’eletto, di fronte a un ‘diritto’ dichiarato dai ‘custodi’ del diritto, dovrebbe dunque ‘tradire’ la rappresentanza (e del resto ne è pienamente legittimato dal divieto costituzionale di mandato imperativo) ogni qualvolta la volontà popolare diverge da quel ‘diritto’? Esempi banali: un partito vince le elezioni con un programma basato sull’inasprimento fiscale delle imprese petrolifere, o sulla imposizione di ‘contributi di solidarietà’ alle cosiddette pensioni d’oro. Come potrà farlo, se il ‘diritto’, come dichiarato dalla Corte costituzionale, lo impedisce? L’idea che il diritto debba prevalere sulla democrazia è postulato non solo politico, ma cristallizzato nell’esistenza di una giustizia costituzionale modellata sulla sovranità assoluta e circolare (cioè a trecentosessanta gradi su tutte le materie affidate alla funzione politica del Parlamento) di un formante, per così dire, ‘schmittiano’. Non posso e non voglio seguire qui le implicazioni teoretiche di questo discorso, anche se ci sarebbe da divertirsi parecchio. L’ho fatto recentemente in altra sede e per gli avventurosi faccio rinvio a quello scritto. Qui mi preme segnalare la debolezza della coppia teorica ‘rappresentanza / sistemi elettorali’. Se il contesto è quello di un potere più forte del Parlamento, che delimita le possibilità d’azione degli eletti, la misurazione della validità dell’uno o dell’altro sistema elettorale sulla base di più o meno presunti valori di rappresentanza, proporzionalità o disproporzionalità, è assolutamente destituita di fondamento scientifico. In altri termini, inutile cercare il sistema elettorale ottimale dal punto di vista di quei valori (ma di qualsiasi valore), se poi la stanza dei bottoni risiede in luoghi diversi da Montecitorio o Palazzo Madama... (segue)



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