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FOCUS - La nascita dei governi N. 0 - 22/01/2014

 La distanza delle 'convergenze parallele'

Al fine di comprendere appieno la formazione del III governo Fanfani è necessario fare accenno agli eventi di due anni prima. Il 1960 iniziò con la crisi del governo di centro-destra guidato da Segni che rassegnò le dimissioni il 24 febbraio a causa dei liberali che ritirarono il loro sostegno, aprendo così una crisi che si prolungherà per circa 30 giorni. Segni, infatti, incaricato nuovamente dal Presidente Gronchi, rinunciò per le altissime pressioni provenienti dalla parte della Dc ostile all’apertura – anche indiretta – al PSI. Venne quindi incaricato Tambroni che il 25 marzo 1960 formò un governo monocolore degli affari per cui fu determinante il voto del MSI, voto, questo che portò però a subitanee dimissioni dello stesso, l’11 aprile 1960, poco più di due settimane dopo. Il giorno seguente, Gronchi riaprì le consultazioni e il 14, dopo un rapido giro di colloqui, il Presidente della Repubblica conferì a Fanfani l'incarico di formare un nuovo governo. Tutti i gruppi, tranne l’MSI, si dichiararono contrari ad un nuovo «governo d’affari», a cui si opposero tra l’altro anche Moro e Piccioni, e da parte di Reale arrivò l’offerta di un centro-sinistra, mentre i monarchici avanzarono ipotesi di centro-destra. La direzione però autorizzò Fanfani – anche perché sembrava l’unica soluzione esperibile – ad un governo tripartito DC-PSDI-PRI con una possibile astensione socialista. E fu proprio questo il nodo che creò l’intoppo e costrinse Fanfani, la sera del 22 aprile, a recarsi da Gronchi per sciogliere la sua riserva in senso negativo. Il PSDI e il PRI volevano infatti che alla suddetta astensione venisse attribuito un chiaro significato politico, mentre di avviso totalmente contrario era la direzione dc, la quale intendeva mettere in piedi un governo PRI-PSDI con una «maggioranza autonoma» e «una autonoma base programmatica e politica», «formata dai parlamentari dei partiti stessi e da parlamentari indipendenti». Fanfani riteneva invece che il governo dovesse ritenere validi i voti socialisti qualora fossero risultati determinanti, contrariamente alla destra dc e ai dorotei, salvo Moro, ovviamente. E in ugual modo si espressero i gruppi dc di Camera e Senato non disposti ad accettare il fatto che i socialisti potessero assumere un peso determinante nella nuova maggioranza: Fanfani nel racconto di quel giorno spiega come le agenzie di stampa avessero reso note le dichiarazione dell’On. Bettiol che, appunto, parlava di «problemi di coscienza», di lettere di deputati che annunciavano voto contrario e di una telefonata da Aosta che avvertiva delle dimissioni di tutti i dirigenti di partito se si fosse considerato parte della maggioranza il voto del valdostano Severino Caveri. Alle 20 di quel 22 aprile Fanfani fu quindi costretto ad annunciare ai presenti in Piazza del Gesù, dove si erano radunati i rappresentati dei gruppi per la discussione a riguardo, di dover rinunciare all’incarico e di dover salire al Quirinale per riferire. Tutte le cronache del tempo ricordano come il tentativo di Fanfani che, per la prima volta nella storia italiana del secondo dopoguerra, voleva avvicinare il Paese ad una sostanziale svolta politica a sinistra, fallì per l’ostilità della destra, delle gerarchie ecclesiastiche e dei dorotei contrari ad una apertura, diretta o indiretta, al PSI... (segue)



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