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FOCUS - Human Rights N. 1 - 13/03/2017

 Le 'elastiche' valutazioni del giudice penale come strumento di attuazione di un diritto fondamentale 'ad alimentarsi'

Il “diritto ad alimentarsi” può essere inteso come diritto coessenziale alla piena realizzazione del valore della persona; esso infatti è strumentale alla garanzia del diritto a vivere una vita dignitosa, il quale verrebbe irrimediabilmente pregiudicato nella sua “materialità” ove dovessero mancare quei fattori – come appunto quelli legati all’alimentazione – che costituiscono il presupposto per il godimento di altri diritti. Questi, intesi nella loro complessa unitarietà, definiscono le diverse sfaccettature che valgono a connotare la persona nei moderni sistemi giuridici. Come si avrà modo di approfondire, l’essenzialità di tale diritto ha condotto diversi Stati a farne un’espressa affermazione a livello costituzionale; ad ogni modo, la positiva previsione del diritto non si traduce automaticamente in una sua maggiore effettività, visto che una sua efficace protezione potrebbe essere ottenuta anche in assenza di una disposizione espressa che lo enunci. A tal fine è di sicuro interesse l’esame della più recente giurisprudenza della Corte di cassazione, la quale costituisce un valido esempio di come l’attuazione concreta di un diritto da parte del giudice possa avvenire anche in assenza di una sua astratta affermazione e, allo stesso tempo, di come l’esito concreto a cui perviene il giudizio sia legato alle specificità del fatto (e non all’astratta affermazione di un diritto). La delicatezza delle vicende affrontate dalla Suprema Corte nelle sue decisioni ha fatto sì che esse fossero oggetto di particolare attenzione non solo tra i tecnici del diritto, ma anche nell’opinione pubblica, sempre divisa quando le decisioni dei giudici implicano complesse valutazioni in ordine al bilanciamento tra contrapposti valori e principi di rilievo costituzionale...(segue)



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