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NUMERO 15 - 26/07/2017

 La politica estera dell'Unione europea verso l'America Latina

Quando si discute delle problematiche legate ai processi di integrazione regionale, l’Europa rappresenta inevitabilmente il laboratorio intellettuale per gli studi sul tema. Il processo monocontinentale e multilivello che ne è scaturito è il risultato non solo di dinamiche innestate intorno al “circolo virtuoso” che si è instaurato tra i due livelli di operatività (quello nazionale e quello sovranazionale) ma anche di quel funzionalismo in nome del quale si è giustificata la cessione di sovranità da parte degli Stati membri. Come emerge chiaramente dai progetti di Costituzione europea del dopoguerra, il modello di ispirazione è stato da sempre quello delle esperienze confederali, con particolare riferimento agli Stati Uniti e alla Germania, come pure all’Unione Sovietica; dopo la caduta del Muro di Berlino lo scenario è cambiato radicalmente e quelle che potevano essere all’inizio le ambizioni e le direttive da perseguire, di fatto si sono rivelate, per motivi tanto geopolitici quanto economici, dei riferimenti difficilmente realizzabili in un contesto come quello europeo, impegnato a supportare, attraverso una serie di accordi, i processi di transizione di gran parte dei Paesi ex socialisti dell’Europa centrale ed orientale. A fronte delle trasformazioni storiche globali, il funzionalismo apparve da subito come una teoria in grado gestire le dinamiche sociali e politiche del tempo rendendole compatibili con la tutela dell’economia del libero mercato. In particolare, nella prospettiva funzionalista proposta da David Mitrany, la creazione delle istituzioni internazionali era vista come l’accettazione di forze storiche inevitabili che guidavano lo Stato verso il trasferimento della propria sovranità e l’integrazione europea come un processo inevitabile, all’interno del quale ridurre la possibilità di conflitti internazionali. In questo senso, tutte le organizzazioni pubbliche, e tra queste lo Stato, avrebbero dovuto avere come obiettivo quello di dare esecuzione a specifiche funzioni, utili a soddisfare le esigenze della comunità sociale; per massimizzare il benessere pubblico, avrebbero dovuto mutare la propria forma adeguandola allo sviluppo economico e ai cambiamenti tecnologici. Pertanto, allo Stato era richiesta una certa flessibilità nel separare la propria autorità dal territorio di riferimento al fine di creare istituzioni transnazionali con specifici compiti ed una nuova autorità su scala internazionale che potesse promuovere il benessere pubblico in modo più adeguato ed efficiente. In una prospettiva di integrazione, gli Stati avrebbero dovuto cooperare tra loro, ciascuno all’interno di un settore tecnico ristretto, come poteva essere quello del servizio elettrico o ferroviario, cercando di estenderne l’ambito attraverso un piano internazionale di cooperazione che avrebbe potuto produrre utili economici per tutti i soggetti coinvolti. In questo senso, la base di partenza del funzionalismo è stata necessariamente la low politics che avrebbe consentito di procedere per settori non-controversial, pacifici perché reciprocamente vantaggiosi (come ad esempio le infrastrutture di trasporto o il servizio elettrico, postale, … ) piuttosto che per materie appartenenti all’ambito della high politics, come potevano esserlo le politiche di difesa nazionale o le politiche economiche, difficilmente adattabili alle  esigenze di ciascuno Stato e dunque poco utili a favorire il processo di integrazione. È stato proprio questo pragmatismo a supportare l’architettura istituzionale delle Comunità europee e dell’Unione Europea con il “trasferimento di sovranità” da parte degli Stati membri e la costruzione di quella che Gary Marks ha definito Multilevel Governance con riferimento, dapprima, agli sviluppi nella politica strutturale della Comunità Europea a seguito delle riforme del 1988, successivamente e in senso più ampio, ad un approccio(il Multilevel Governance approach) utilizzato per comprendere il processo europeo di decision making articolato su più livelli istituzionali. Il Multilevel Governance avrebbe indicato «the continuous negotiation among nested governments at several territorial tiers … supranational, national, regional and local governments are enmeshed in territorially overarching policy networks». L’armonizzazione tra i due livelli di operatività si sarebbe ulteriormente arricchita delle “culture e tradizioni giuridiche comuni” agli Stati membri che avrebbero consentito all’Europa di costruire un costituzionalismo multilivello imperniato su un Constitutional Synallagma utile a rimarcare il rapporto di reciprocità tra il livello statale e quello sovranazionale... (segue) 



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