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NUMERO 16 - 09/08/2017

 Le conseguenze fiscali dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea

Sebbene sia stata decisa in un modo alquanto anomalo ed approvata dal voto popolare con una ristretta maggioranza, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea (comunemente definita “Brexit”) è stata preceduta da importanti segnali che lasciavano intravedere già da tempo la posizione di distacco (se non addirittura di diffidenza) mantenuta dal Regno Unito nei confronti del processo di integrazione. Alcuni di questi segnali hanno avuto un impatto notevole sul funzionamento del sistema economico-finanziario e fiscale dell’Unione limitandone fortemente il completamento. A ben vedere, la politica estera anglosassone è stata sempre divisa (e lo resta tuttora) tra gli storici interessi per le relazioni transoceaniche (risalenti all’ormai superato periodo coloniale) e quelli per l’area continentale europea, anch’essi improntati in origine al predominio ed alla conquista (basti pensare al secolare contrasto con la Francia) e riorientati ad una prudente collaborazione soltanto a partire dalla seconda metà del secolo scorso, dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Attraverso l’analisi del percorso a volte tortuoso seguito dal Regno unito su queste due direttrici è possibile comprendere il rapporto, spesso controverso, che Londra ha mantenuto con l’Unione europea, anche dopo la sua adesione ai Trattati e che, in estrema sintesi, potrebbe dirsi governato dalla regola “yes, but …”. In questa prospettiva, il Regno Unito, pur aderendo alla Comunità europea, ha negoziato quattro importanti opting out, chiamandosi fuori da una serie di impegni di alto valore strategico e di notevole rilievo sul piano economico. Londra, infatti... (segue)



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