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NUMERO 19 - 11/10/2017

 L'avvio del processo di convergenza e le prospettive di gestione del debito pubblico

La crisi finanziaria ed economica del 2008 ha scosso profondamente l’Europa, che ha risposto dettando una serie di regole giudicate da molti troppo rigide e incapaci di alleviare il disagio sociale. Ciò spinge tanti cittadini europei a dubitare dell’Unione. Quest’ultima è accusata in sostanza di avere aggravato la crisi, o comunque di essere incapace di darvi risposte, e ciò fa apparire insicura la sua stessa sopravvivenza. Conferma della crisi e dell’urgenza di riforma dell’Unione si è avuta per effetto del voto nel referendum del Regno Unito per l’uscita dall’UE. Il 2017 è un anno impegnativo per l’Europa, si voterà infatti l’inserimento del Fiscal Compact nei Trattati, paventato come un ulteriore aggravamento delle economie europee; se l’inserimento non sarà approvato dovranno comunque essere adottate altre misure, oltre che di consolidamento di bilancio anche dirette a garantire un sistema di governance più efficace e democraticamente condiviso. I temi più discussi riguardano da un lato gli investimenti, soprattutto per i paesi che hanno sofferto di più la crisi (Grecia, Portogallo, Francia, Spagna e Italia) e che hanno un tasso di disoccupazione non accettabile; dall’altro, l’assenza di un modello sociale comune che avrebbe dovuto accompagnare l’integrazione economica, nel senso che oltre alla integrazione dei mercati sarebbe stato necessario realizzare anche un’integrazione delle politiche sociali. A ciò si aggiunge il problema dei debiti degli Stati, poiché quando il debito è alto si spende meno e si modifica in tal modo il sistema di sicurezza sociale, che diviene meno generoso, acutizzando il problema delle disuguaglianze nei nostri paesi e conducendo ad una precarizzazione del lavoro. Il problema della continuazione delle politiche seguite sinora è serio poiché comporta anche rischi per la tenuta degli assetti democratici. Avanzano dovunque in Europa partiti e movimenti estremisti, xenofobi o antieuropeisti. I partiti tradizionali sono associati alle politiche di austerità “imposte” dall’Europa, e quindi perdono consenso in misura proporzionale alla perdita di consenso che riguarda tali politiche. Tutti i partiti populisti o estremisti sono contro l’euro o l’Europa, ritenuti la causa della perdita di sovranità democratica nazionale a favore di burocrazie lontane e non scelte dai “popoli”. Il diritto di cambiare i governi nazionali non sembra più sufficiente, poiché in presenza dei vincoli europei ciò non conta: anche cambiando governo non si possono cambiare le politiche imposte dall’Europa... (segue)



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