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NUMERO 7 - 02/04/2008

 Ricordo di Carlo Mezzanotte

Con la prematura scomparsa di Carlo Mezzanotte la comunità degli studiosi del diritto costituzionale ha perduto un giurista geniale, portatore di una visione originale ed innovativa negli studi sulla Costituzione.

Nella difficile ricerca della specifica identità propria del diritto costituzionale, Mezzanotte ha fatto valere, sin dai suoi primi scritti, una posizione che, da un lato, rifiuta il formalismo di coloro che, riducendo l’ordinamento costituzionale a un complesso di norme, identificano il diritto costituzionale con un astratto normativismo diretto a celebrare la natura di pura «tecnica» del diritto medesimo e, dall’altro lato, rigetta l’equiparazione di questo stesso a manifestazione sovrastrutturale della politica, a variante suburbana degli interessi e delle finalità soggettive di una pervadente e onnipotente politica del diritto.

Al contrario, Mezzanotte coltiva la chiara consapevolezza che il diritto costituzionale (statale) sta attraversando in Europa una fase di transizione dal vecchio Stato parlamentare, basato sull’idea della legge e della forza di legge, verso un sistema più complesso, il cui equilibrio non poggia più solo sul polo parlamentare, ma deriva dal mutevole gioco di una pluralità di istituzioni storicamente interagenti fra loro.
Per effetto di questa interazione, dettata dal divenire dei rapporti fra gli attori politici, a parere di Mezzanotte entra nell’ordinamento la linfa che dà vita al sistema costituzionale, determinandone tanto il vario svolgimento storico, quanto l’adattamento delle forme giuridiche – e, talvolta, il loro mutamento – in dipendenza dalle effettive esigenze emergenti dalla realtà sociale e politica.

Quella di Mezzanotte è, dunque, un’analisi strutturale sempre attenta alla morfologia giuridica del divenire storico-politico, una morfologia condizionata dalla realtà socio-politica, ma, a sua volta, condizionante la stessa realtà. La sua è, dunque, un’analisi che non concepisce la struttura (costituzionale) come un universo a sé, autopoietico e autoreferenziale, secondo la tradizione del positivismo giuridico, ma la considera «aperta» al mutevole corso della società e della politica e, in certi casi (eccezionali), persino condizionata da esso.

Ad avviso di Mezzanotte, i poli della struttura costituzionale sono dati, sul piano delle fonti normative, dalla «legge» e dalla «costituzione» e, parallelamente, sul piano della forma di governo, dalla «maggioranza» e dalla «unità nazionale».

In realtà, non si possono comprendere a fondo i suoi studi sulla Corte Costituzionale e sul Presidente della Repubblica se non si ha presente questa chiave di lettura del fenomeno costituzionale. E’ una chiave di lettura che si rivela, allo stesso tempo, semplice e adattabile alle circostanze concrete. Grazie ad essa Mezzanotte riesce a dar conto del graduale affermarsi, nella Corte Costituzionale, dei criteri di giudizio legati alla «ragionevolezza» e, nella Presidenza della Repubblica, della progressiva emersione nel ruolo del Capo dello Stato della imperiosa esigenza di affermare quotidianamente l’«unità dei valori» sottostante all’«unità nazionale» (specie attraverso lo sviluppo della funzione di esternazione), un'esigenza più profondamente sentita rispetto alla fase storica iniziale (1948-1970), nella quale il Capo dello Stato era più che altro tenuto a svolgere un’assorbente funzione di compattamento e di consolidamento dell’«unità di maggioranza».

E’ evidente che dietro a tale analisi costituzionale c’è una chiara percezione della storia nazionale: una storia che si svolge nel primo ventennio repubblicano soprattutto intorno al ruolo di guida e di indirizzo dei partiti politici (da qui l’importanza delle dinamiche relative alla formazione della maggioranza e alla determinazione dei confini dell’area maggioritaria: conventio ad excludendum, rafforzamento del ruolo della legge, etc.) e che, nel periodo successivo, si caratterizza per un irresistibile ed inarrestabile sviluppo del pluralismo sociale e culturale (di fronte al quale si manifesta una sostanziale perdita di capacità politica dei partiti stessi e, persino, del Parlamento, nonché un diverso ruolo delle istituzioni, come la Corte Costituzionale e il Presidente della Repubblica, dirette a garantire l’«unità dei valori fondamentali»).

Non si può concludere questo affrettato e davvero inaspettato ricordo senza sottolineare le gradi doti di Mezzanotte come avvocato e come giudice. La sua capacità straordinaria di cogliere l’essenza delle questioni e di prospettare tutti gli esiti possibili dei diversi approcci alla stessa, hanno fatto di Mezzanotte uno dei più grandi avvocati degli ultimi decenni: era tanto essenziale e consequenziale da attirare naturalmente l’attenzione dei giudici ed era così originale e realista da imporre sempre un punto di vista con il quale si doveva fare i conti.

Come giudice costituzionale, stando alle motivazioni da lui redatte per conto della Corte, egli ha sempre fatto valere una rara indipendenza di giudizio, che si è manifestata anche dopo aver lasciato la toga, allorché si è battuto contro l’attuale, inefficiente e antidemocratica, legge elettorale e quando – anche se più discutibilmente per me – si è espresso per l’inammissibilità della proposta di referendum abrogativo sulla medesima legge.
Le sue superiori qualità di giurista e di costituzionalista possono essere emblematicamente riassunte dalla splendida decisione sui rapporti tra Stato e Regioni dopo la frettolosa revisione del Titolo V della Seconda Parte della Costituzione (sent. n. 303/2003): una decisione che ha posto i principi fondamentali cui si sono ispirate tutte le decisioni successive adottate in materia.

Quando è improvvisamente scomparso, Carlo pensava di scrivere un corso di diritto costituzionale e, perciò, ha fatto raccogliere dai suoi assistenti le lezioni tenute agli studenti del primo anno della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università LUISS, ai quali era tornato ad insegnare dopo aver espletato il mandato di giudice alla Corte Costituzionale ed essere stato Vice-Presidente della stessa Corte.
Perciò tutti noi, sui colleghi di studio, siamo sicuri che, non solo continueremo a dialogare con lui per quanto ci ha già dato, ma dovremo anche attenderci da lui nuovi contributi con i quali non potremo fare a meno di confrontarci.
Sarà, carissimo Carlo, fraterno amico mio da più di quarant’anni, un motivo in più per pensare che è solo un’illusione non vederti più entrare nella stanza, che dividevamo in Facoltà, con quel tuo sorriso apparentemente sornione, nel quale, certo, si leggeva tutto il tuo humour romanesco, ma dietro al quale era agevole intravedere tutta la tua passione per lo studio e la tua eccezionale capacità di comprensione degli aspetti più paradossali e più difficili da capire di quello strano e cieco gioco sociale che chiamiamo convivenza umana.



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