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NUMERO 8 - 22/04/2009

La crisi dei mercati finanziari: disorganici appunti di un giurista

I tumultuosi eventi recenti, sviluppatisi con grande rapidità e intensità, disegnano un contesto economico inedito, permeato d’incertezza.  Dai primi segnali, emblematicamente rappresentati dall’insolvenza, nel luglio del 2007, dell’American Home Mortgage alla grande crisi che attualmente interessa finanza, economia reale, mercato del lavoro e società civile non trascorrono tempi lunghi. L’ampiezza del contagio diviene sistemica. Sinteticamente e senza pretesa di completezza, si passa dal default di Northen Rock al salvataggio di Bear Stearns (la prima della banche d’affari ad entrare in coma), alla nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac; dal fallimento di Lehman Brothers al salvataggio di Citigroup e ai consistenti interventi sul colosso assicurativo A.I.G.; dalla fusione di Merril Lynch con Bank of America alla resa di Goldman Sachs e Morgan Stanley, che si trasformano in banche commerciali per porsi sotto l’ombrello protettivo dello Stato. Né la partita si svolge solo oltre atlantico. Bank of  Scotland è la punta di un iceberg rappresentativo di un cospicuo e importante insieme di banche europee. Le cause del dissesto sono molteplici, non tutte chiare – fatta naturalmente eccezione per quella scatenante, rappresentata dalla cartolarizzazione dei famigerati mutui subprime – soprattutto ancora non tutte note. Gli effetti, certi nella loro drammaticità anche sociale, restano di difficile quantificazione e identificazione. Non è escluso che estensioni progressive dello tsunami possano interessare, oltre che i prodotti finanziari derivati (aventi, lo ricordo per inciso, un valore nozionale pari a oltre dodici volte il PIL mondiale), anche i titolari di carte di credito, segnatamente di tipo revolving, e così direttamente i fruitori, nelle diverse forme, di credito al consumo per l’acquisto di beni durevoli. Importanti segnali non mancano. Intanto, secondo uno studio della Banca asiatica per lo sviluppo, i cui esiti sono menzionati in un recente articolo del Financial Times (del 9 marzo 2009), il totale delle svalutazioni di asset c.d. “tossici” ammonterebbe a ca. 50 mila miliardi di dollari.

(segue)



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