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NUMERO 11 - 03/06/2009

La fabbrica delle regole

Nel modello classico dello Stato democratico di diritto le regole che disciplinano la vita della comunità nazionale provengono dal Parlamento, sede della rappresentanza generale ed espressione della sovranità popolare.
Ma un osservatore oggettivo del nostro sistema rileverebbe che è in corso un progressivo allontanamento da questo modello. A prescindere dal sempre più rilevante impatto della normativa comunitaria e prendendo a riferimento la produzione normativa interna, sempre meno spesso le regole che riguardano in concreto la comunità nazionale, e che hanno forza di legge, provengono dal Parlamento e sempre più spesso provengono o dal Governo o da sedi sprovviste di responsabilità politica.
Un primo aspetto di questa delocalizzazione del potere legislativo riguarda le deleghe in bianco al governo. E’ un fenomeno che va avanti da almeno cinque legislature e si è particolarmente aggravato negli ultimi anni. In questi casi, più che di leggi delega si dovrebbe parlare di leggi-mandato. Il Parlamento dà mandato al governo di emanare norme in una determinata materia, lasciando ampia discrezionalità circa il contenuto delle disposizioni. Il vincolo riguarda il perimetro della materia che deve essere regolata più che il contenuto delle disposizioni. Anche la clausola del “tempo limitato” prevista nell’articolo 76 della Costituzione è superata dalla possibilità che il governo intervenga anche dopo la scadenza del termine per correggere il testo emanato. La legge-mandato più significativa, tra quelle recenti, è probabilmente quella sul federalismo fiscale.
(segue)

*Nota del Direttore
Prendendo spunto dalla qualifica di “emerito” attribuita all’ex Presidente della Camera Luciano Violante in epigrafe ad un suo editoriale su federalismi, il blog di “Quaderni Costituzionali” apre una discussione, peraltro arricchita da un’interessante riflessione in ordine alle possibili rime dei sostantivi legati all’aggettivo emerito, sulle premesse etiche e le conseguenze istituzionali ed economiche dell' abuso di tale qualifica. Oltre ai professori universitari, emeriti sono sicuramente gli ex-presidenti della Repubblica (v. dpcm 23 luglio 1998), gli ex-giudici e ex-presidenti della Corte costituzionale (oddio, quanti sono!)(artt. 20-21 reg. corte cost.); sulla scorta di una attribuzione, dall’incerto o inesistente fondamento normativo, anche agli ex Presidenti delle Camere, emeriti potrebbero via via diventarlo gli ex-presidenti delle province, gli ex-sindaci e chi sa quanti altri ex titolari di cariche pubbliche! Senza alcuna presunzione di entrare in siffatta discussione (difficile negare che il nostro sia il paese dei mille piccoli e grandi privilegi, che ogni casta gelosamente difende spesso a scapito della collettività!) e vincolato da un legame di responsabilità nei confronti dei lettori, mi preme far presente che l’aver qualificato come “Presidente emerito della Camera” colui che ha ricoperto per cinque anni la carica, la funzione e la responsabilità di terza autorità dello Stato deriva solo da una (discutibile, certo!) scelta redazionale del Direttore della Rivista (che ha preso spunto dal sito della Camera dei Deputati) e non certo da una autoqualificazione in tal senso dell’Autore, che ha voluto onorare con la sua riflessione questa Rivista.
Beniamino Caravita



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