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NUMERO 23 - 02/12/2009

Trattato di Lisbona e metodo comunitario: il nodo da sciogliere

Con notevole ritardo rispetto alle previsioni originarie, il Trattato di Lisbona è finalmente entrato in vigore, consacrando un obiettivo perseguito con ostinazione dalle Istituzioni europee e, apparentemente, dai capi di Stato e di Governo.
Concepito per far ripartire il processo di integrazione, dopo l'arresto traumatico provocato dalla bocciatura della Costituzione europea nei referendum francese ed olandese del 2005, ha riprodotto sostanzialmente il contenuto di quest'ultima, eliminando i riferimenti costituzionali.
Ciò ha però richiesto una modifica della Costituzione francese e non ha comunque impedito che anche il nuovo Trattato fosse sanzionato da una consultazione referendaria negativa, questa volta ad opera dei cittadini irlandesi; che i Presidenti della Repubblica polacca e della Repubblica ceca si rifiutassero a lungo di firmarne la ratifica; che la Corte costituzionale tedesca, pur sancendo la compatibilità del Trattato con la Costituzione federale, rilevasse la sostanziale mancanza di legittimazione democratica delle istituzioni europee, subordinando ad un aumento di quest'ultima ulteriori avanzamenti del processo di integrazione.
 Nonostante tutto, passando attraverso un nuovo referendum irlandese, che si è tenuto senza mettere in discussione il processo di ratifica in corso, quest'ultimo ha potuto compiersi, consegnando il Trattato agli europei. E durante l'intero processo, sul portale “europa.eu” la versione consolidata del “Trattato sull'Unione europea e del trattato sul funzionamento dell'Unione europea” ha occupato il primo posto tra le varie edizioni delle disposizioni fondamentali dell'Unione e delle Comunità europee, dando l'impressione che la Carta di Lisbona, pienamente integrata nel testo, fosse già efficace e creando qualche problema a chi, nel consultare quelle disposizioni, cercasse la norma comunitaria applicabile ad un determinato caso.
Dunque l'Unione potrà finalmente disporre di un Presidente del Consiglio europeo stabile, di nuovi poteri e mezzi di politica estera, di un Parlamento maggiormente coinvolto nei processi di codecisione, coadiuvato dai Parlamenti nazionali nell'adozione delle norme comunitarie, di procedure decisionali del Consiglio soggette in misura minore alla regola dell'unanimità, solo per citare alcuni dei capisaldi del Trattato.
Ne è valsa la pena? E, soprattutto, si tratta di uno strumento efficace per consentire all'Unione europea, nel suo complesso, di far valere in modo efficace il proprio peso politico ed economico nei processi di riorganizzazione degli equilibri internazionali in atto, di gestione della crisi finanziaria, di ripensamento del sistema monetario?
Con notevole ritardo rispetto alle previsioni originarie, il Trattato di Lisbona è finalmente entrato in vigore, consacrando un obiettivo perseguito con ostinazione dalle Istituzioni europee e, apparentemente, dai capi di Stato e di Governo.
Concepito per far ripartire il processo di integrazione, dopo l'arresto traumatico provocato dalla bocciatura della Costituzione europea nei referendum francese ed olandese del 2005, ha riprodotto sostanzialmente il contenuto di quest'ultima, eliminando i riferimenti costituzionali...
(segue)
          



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