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NUMERO 1 - 13/01/2010

Dopo Copenhagen: un tradimento dei nostri figli o un passo avanti verso un nuovo ordine per contenere il cambiamento climatico?

La Conferenza di Copenhagen del dicembre 2009 (la 15esima Conferenza delle parti della Convenzione quadro sul cambiamento climatico del 1992, c.d. COP-15) era un appuntamento fondamentale per porre le basi di un nuovo accordo globale per contenere il cambiamento climatico, sostitutivo del Protocollo di Kyoto destinato a scadere nel 2012. La messa a punto dell’accordo avrebbe richiesto, secondo i tecnici delle Nazioni Unite, almeno tre anni di lavori.
Le prospettive di ottenere un buon risultato erano favorevoli sotto diversi profili.
Prima di tutto, i lavori preparatori della Conferenza erano stati lunghi e meticolosi.
C’era una ottima base di partenza costituita dal Bali Action Plan adottato nel dicembre del 2007 alla 13esima Conferenza delle parti della Convenzione quadro sul cambiamento climatico (COP-13) a Bali, e dalla Bali Road Map, una sequenza di tappe finalizzata a raggiungere un accordo vincolante globale alla COP-15 di Copenhagen. A Bali inoltre erano stati istituiti due appositi gruppi di lavoro per predisporre la struttura dell’accordo e presentarne il testo a Copenhagen: un Ad Hoc Working Group on Long-term Cooperative Action (AWG-LCA) e un Ad Hoc Working Group on Further Commitments for Annex I Parties under the Kyoto Protocol (AWG-KP) volto a fissare gli ulteriori adempimenti vincolanti per i paesi ricchi (i paesi industrializzati inclusi nell’AnneX 1 del Protocollo di Kyoto).
Poi, c’era il dato del complessivo fallimento dell’obiettivo posto dalla Convenzione quadro sul cambiamento climatico e dal Protocollo di Kyoto di ricondurre le emissioni di gas serra al livello del 1990­: nei 17 anni decorsi da quella data, le emissioni a livello globale erano aumentate del 30%. A Copenhagen quindi si poteva solo migliorare...
 
 

 



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