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NUMERO 12 - 16/06/2010

Costituzione, Unione Europea e mercati globali: proposte e riflessioni

E’ un luogo comune che la realtà talvolta supera la fantasia. In vero, piuttosto che lamentarci   se gli eventi non coincidono con quanto previsto, dovremmo aprire bene gli occhi e scoprire così quanto è arretrata la nostra visione del mondo. Un esempio appare illuminante. Recentemente, sulla base della gravissima situazione economica e finanziaria di alcuni Paesi a noi vicini, e considerate le forti condizioni di instabilità che minacciano seriamente anche la stabilità dell’euro, è tornata alla ribalta l’ipotesi di inserire precisi vincoli di finanza pubblica nelle Costituzioni degli Stati aderenti all’Unione europea. Per esempio, si suggerisce di recepire le regole fissate dall’Unione, oppure di seguire la strada tracciata con la riforma approvata in Germania nel 2009 ed in base alla quale, in pratica costituzionalizzando il principio del pareggio di bilancio, dal 2020 i Länder non potranno avere bilanci in disavanzo, e dal 2016 il Bund non potrà adottare bilanci con un disavanzo superiore allo 0,35% del PIL, salvo in caso di catastrofi naturali o di situazioni di emergenza.
In breve, si ritiene che, per restituire fiducia agli operatori che agiscono sui mercati globali, i singoli Stati europei debbano promettere comportamenti finanziariamente corretti mediante regole assunte al più alto livello dei rispettivi ordinamenti. Così, la garanzia costituzionale di costi sostenibili per le politiche pubbliche stabilizzerebbe le previsioni sui comportamenti dei soggetti sovrani e ridurrebbe il rischio di valutazioni speculative dirette ad aggredire gli Stati stessi. Questi ultimi non sarebbero costretti ad inseguire di giorno in giorno le valutazioni dei mercati mediante l’adozione di decisioni finanziarie meramente contingenti. Al contrario, i vincoli costituzionali di bilancio diventerebbero il cardine di politiche economiche di lungo respiro.  
Quanto tali proposte siano collegate a schemi interpretativi desueti, appare di tutta evidenza. In particolare, non si deve cadere nel tranello di assumere il caso del debito greco – improvvisamente manifestatosi a dispetto dei dati prima ufficialmente comunicati - come esempio paradigmatico. Come mai, infatti, l’Ungheria, che pure rispetta ampiamente il parametro “europeo” del rapporto tra PIL e debito pubblico, è da qualche giorno considerata sull’orlo del collasso? E come mai la Spagna, che pure si trova in condizioni di finanza pubblica migliori delle nostre, è sottoposta ad attacchi così virulenti da costringere il suo Governo ad assumere misure più drastiche di quelle annunciate dal nostro? E come mai gli Stati Uniti d’America, il cui bilancio federale è comparativamente assai più contenuto di quelli dei Paesi europei e che presenta un debito ancora largamente inferiore al parametro del 60%, sono stati costretti ad affrontare con immediati e consistenti provvedimenti in deficit spending i gravissimi problemi sorti nei settori delle proprietà immobiliari, delle banche e delle assicurazioni? 



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