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NUMERO 4 - 23/02/2011

L'Europa e il vento del Mediterraneo

In questi giorni di eventi tumultuosi lungo le coste del Mediterraneo, diventa lampante e quasi tangibile l’affermazione per cui i confini tra politica interna e politica estera si sono fatti labili. I cittadini europei sono già abituati a vivere in un contesto politico ed economico ibrido, in cui si mescolano costantemente il livello nazionale, quello dell’Unione europea e quello internazionale o globale. Eppure, questi intrecci stanno diventando così frequenti e intensi da costringerci a cambiare prospettiva.
Nel 2010, la coesione interna all’Unione europea è stata messa seriamente in dubbio dalla crisi acuta che ha colpito alcuni paesi dell’eurozona: su tutti, la Grecia. Il problema greco, se visto anche nell’ottica delle difficoltà del Portogallo e delle molte aspettative deluse per la Spagna, ha reso evidente una questione ben più ampia, cioè quella degli squilibri tra il “nucleo” tedesco dell’euro e la “periferia” mediterranea.
L’Europa – intesa come gruppo coeso con capacità decisionali forti – è in un certo senso più piccola della UE e perfino dell’eurozona, ma in un altro senso può considerarsi più grande poiché è parzialmente integrata con paesi non-membri, a cominciare dalla Turchia. In ogni caso, gli europei risentono direttamente di processi economici, sociali e politici che si svolgono oltre le frontiere dell’Unione: si pensi ai flussi migratori come anche ai legami energetici e dunque infrastrutturali, cioè ai quei fenomeni che creano un’interdipendenza di tipo permanente.
Questo dato di fondo è drammaticamente confermato dagli eventi in corso. La storia del Nordafrica (e forse dell’intero Medio Oriente) ha subito all’inizio del 2011 una di quelle rare accelerazioni che segnano dei punti di svolta – con esiti necessariamente aperti. Un ricambio al vertice dello Stato che sia innescato da rivolte popolari, come in Tunisia e poi in Egitto, contraddice vari assunti consolidati. A fronte di cambiamenti che possono produrne a loro volta molti altri, l’Europa si è trovata non soltanto sorpresa, ma anche stranamente priva di idee concrete e strumenti efficaci per esercitare un’influenza significativa su eventi a pochi chilometri dalle sue coste meridionali.
A onor del vero, siamo di fronte ad un problema che non è certo esclusivamente europeo: le svolte tunisine ed egiziane, i convulsi e sanguinosi eventi libici, e gli sviluppi più embrionali in altri paesi (come Yemen, Bahrein, Algeria, Marocco), pongono dei complessi dilemmi strutturali sia alla regione sia alle potenze esterne con interessi nella regione. Lo conferma, tra l’altro, l’atteggiamento piuttosto ondivago e a tratti imbarazzato anche di Washington. Le scelte di policy sono difficili in condizioni di incertezza così marcata.
 Il fenomeno a cui stiamo assistendo sulla sponda Sud non è necessariamente – quantomeno non ancora – un’ondata irresistibile di democratizzazione, ma piuttosto una contestazione diffusa che si rivolge alle molte inefficienze dei regimi al potere. Non sembrano esservi modelli politici di riferimento ben chiari e condivisi da chi è sceso e continua a scendere in piazza, né tantomeno piattaforme di governo dettagliate da parte di movimenti di opposizione strutturati. Il cambiamento in atto è però comunque profondo, visto che intacca la tenuta interna di governi che pur essendo apparsi spesso incapaci di migliorare le condizioni di vita della popolazione, sembravano perfettamente in grado di perpetuarsi. Uno dei punti fermi degli assetti della regione sta quindi venendo meno: la capacità di sistemi non democratici di garantire il bene intangibile eppure prezioso della “stabilità”. Cambia così l’intera equazione che ha guidato sia gli equilibri regionali sia le politiche degli attori esterni, poiché stanno cambiando i protagonisti della vita politica mediorientale... (segue)



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