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NUMERO 7 - 06/04/2011

Lo Stato in Africa: come governare la diversità

Lo scorso anno si è celebrato il 50° anniversario delle indipendenze africane. Nel 1960 – a conclusione di un processo che ebbe caratteristiche diverse a seconda dei singoli casi ma sempre comunque complesse e straordinariamente impegnative per le nuove classi dirigenti africane - nacquero ben diciassette nuovi Stati: evento che ufficializzò la fine del periodo coloniale e la liberazione politica di gran parte del continente. Si affacciarono in tal modo sulla scena internazionale nuovi soggetti giuridici con un processo che giunse a compimento alcuni anni dopo con la completa liberazione del continente. Quest’anno nasce un nuovo Stato con l’imminente riconoscimento del risultato espresso da un referendum popolare in favore della divisione del Sudan in due soggetti sovrani.
Fin dal suo nascere apparve evidente che lo Stato in Africa presentava caratteristiche sue proprie ed affrontava sfide particolari. Questa specificità africana attirò l’attenzione di politologi e africanisti, ma anche di uomini politici e, soprattutto, degli stessi dirigenti africani. Nacque una abbondante letteratura che affrontava con passione e scienza il tema dell’autogoverno, delle politiche e delle strategie per dare forza agli Stati recentemente nati. Si scommetteva sulla loro durata nel tempo e sulla loro capacità di far fronte alle sempre più complesse e crescenti esigenze delle popolazioni africane. Il tema della creazione della “nazione” una volta formati gli Stati fu per diversi anni al centro delle riflessioni scientifiche e delle preoccupazioni politiche. Sembra avere nuova attualità nella declinazione più recente di governo delle diversità e cioè di come transitare questa volta dalle “nazioni” allo Stato.
Lo Stato in Africa è anch’esso – così come quello di altre aree nel mondo - costituito da un governo che si esercita su una popolazione residente su un territorio. La specificità del caso africano si trova all’interno di tali elementi e cioè : nelle modalità di esercizio del potere di governo; nelle caratteristiche e composizione della popolazione a cui esso si riferisce; e nella determinazione del territorio in cui detta popolazione risiede. La specificità in questione è in gran parte riconducibile a quella “parentesi” coloniale che giustamente Calchi Novati vede come una vera e propria “ linea di frattura “ che provocò cambiamenti dell’intera geopolitica dell’Africa e i cui effetti durano tuttora.
La determinazione dei confini coloniali avvenne sulla base di una spartizione territoriale decisa in funzione degli esclusivi interessi europei e della capacità d’influenza delle potenze coloniali. Si trovarono così obbligate a far parte dello stesso Stato popolazioni spesso divise per ragioni culturali o politiche, così come si trovarono assegnate a far parte di Stati diversi popolazioni che costituivano da tempo un’unità culturale e politica. Questo fenomeno si era verificato anche altrove e non soltanto in Africa. Basti pensare, ad esempio, al problema dei Curdi divisi fra Stati diversi ed a cui si impedisce la riunificazione nazionale, per non parlare dei lunghi secoli di guerre europee che solo lentamente consentirono l’emergere del concetto prima e della realizzazione poi degli “Stati nazionali”, cioè di Stati corrispondenti a nazioni, nel senso di popolazioni culturalmente omogenee... (segue)



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