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NUMERO 10 - 18/05/2011

Elezioni e partiti. Note minime dentro e oltre la vicenda odierna

Le elezioni amministrative in corso, anche solo con riferimento alla prima fase che si è appena conclusa, consentono qualche considerazione “di sistema”, per l’alto numero di elettori chiamati in causa, per il coinvolgimento delle città maggiori, ma anche di città medie e piccole, e per la loro diversa collocazione territoriale. Dunque per la rimarchevole capacità di rivelare i processi in atto, senza far correre il rischio di eccessi di impressionismo. Soprattutto, nella contingenza che si è prodotta, per illuminare vividamente l’accentuato dinamismo degli equilibri politici.
Il nodo fondamentale è quello della tormentata stagione dei partiti italiani, sospinti da pressioni diverse, interne ed esterne a essi, esposti a scomporsi e a ricomporsi, a differenziarsi e a omologarsi, a riprodurre modelli e a distaccarsi da essi, tutto in tempi ravvicinati, in un andamento magmatico che non si arresta e non si consolida in sistema compiuto. La modalità di scelta delle candidature, le tensioni tra schieramenti e interne a ciascuno di essi durante la competizione elettorale, le vicende delle leadership che i risultati rivelano sono gli indicatori di tale stato delle cose.
 
Sul finire degli anni Novanta, ebbe una certa fortuna – poi perdurante – una ricostruzione del sistema politico fondata sul concetto di “partito personale”, di “partito nella forma del leader”, ricostruzione proposta osservando gli esiti della crisi del decennio, e incentrata sull’idea di una sorta di seconda modernità nell’organizzazione partitica. Le chiavi di volta di questo nuovo tipo di partito sarebbero il rapporto diretto del leader con l’opinione pubblica, attraverso il monopolio della comunicazione, e la coincidenza, nei casi di affermazione elettorale, tra leadership e premiership, tra dominio del partito e direzione accentrata e unidimensionale del Governo. Vi fu, intorno a questo approccio, un certo entusiasmo ideologico, alimentato dall’aspettativa del compiuto passaggio dall’autunno dei vecchi partiti, ipostasi resistenti corrotte e inefficienti, all’aurora dalle dita di rosa della Nuova Repubblica, i cui tratti erano già percepiti dall’opinione pubblica “a dispetto del dettato costituzionale” (variabile indipendente, e, in linea di tendenza, ininfluente). Il punto di debolezza di siffatto impianto concettuale era nella circostanza – non secondaria – di reggersi sulla percezione di epifenomeni, sulla lettura della cronaca politica di brevissima durata, e rinunciava a fornirsi di un adeguato fondamento empirico circa le connotazioni concrete che questo nuovo tipo di partito andava assumendo, circa la sua base di consenso, il suo insediamento, le ragioni e le possibilità della sua coesistenza con altri modelli di organizzazione partitica e il tipo di rapporto tra tali diverse forme.
E invece proprio in questi tratti – pretermessi – si rivelano i fenomeni dell’oggi.
 
Il partito personale si è bensì venuto affermando potentemente. Ma esso non appare come una forma dai tratti univoci: non v’è il partito personale; vi sono i partiti personali. Alcuni a dimensione nazionale; altri a dimensione territorialmente definita (veri e propri partiti, non correnti di partito, poiché dotati di insediamento, organizzazione e capacità di captazione di risorse economiche del tutto autonome, e indipendenti nelle decisioni circa il loro impiego). E tra essi vi sono relazioni di più o meno intensa integrazione. Sopravvivono strutture partitiche di impianto consolidato già in tempo risalente (a riprova della inadeguatezza connotativa dell’opposizione moderno-premoderno); e, da queste strutture “tradizionali” gemmano partiti personali, che, a loro volta, si connettono con varia intensità e per linee di influenza reciproca con il partito-madre. Soprattutto, i partiti personali hanno costruito insediamenti, macchine organizzative, basi di consenso, fondate sulla rete di relazioni che il leader riesce a costruire nel rapporto con apparati istituzionali, organizzazioni sociali non partitiche, sedi del potere economico, valendosi della propria carica pubblica (in ispecie Presidente di Regione, più raramente Sindaco di grande città). Questa rete – in cui il leader politico è dominatore e mediatore – ne consolida la permanenza nella carica; ma permane, se la leadership è abbastanza forte, anche dopo la dismissione di essa, traducendosi in potere di influenza e di condizionamento dei successori. È composta da parti di apparati legali (non sempre legalmente governati: per esempio nel settore della sanità o dei servizi pubblici); ma anche da istituzioni che si compongono in ordinamenti antistatali, non solo – ormai è noto – nel contesto meridionale. Così sembrano fatti i partiti personali “regionali”.. (segue)



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