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NUMERO 11 - 01/06/2011

Cosa festeggiano gli italiani? Ovvero del sottile confine tra ricorrenza civile e ricorrenza politica

Il 2 giugno, sì, ma anche il 25 aprile, il 4 novembre, e, da ultimo, il 17 marzo, oppure le ormai quasi dimenticate 20 settembre (la presa di Porta Pia, festa civile fino al 1930) e 11 febbraio (firma del Concordato, festività nazionale fino al 1977): quante sono le feste che ricordano i momenti fondanti della nostra storia? Tante, forse troppe, anche a non volerle ricordare tutte (rinviando per una ricostruzione dettagliata al bel volume di Maurizio Ridolfi, Le feste nazionali, Il Mulino, Bologna, 2003). Ognuna di esse ha una sua evoluzione, nasce con uno specifico significato e sparisce anche con un altrettanto specifico significato. Resta il fatto che il calendario delle feste civili italiano è stato ed è tuttora assai nutrito. E se le date sono simboli e i simboli dicono qualcosa di un popolo, anche l’avere tanti simboli diversi ci permette di ricavare qualche insegnamento.
Ci manca - è evidente - un 4 luglio o un 14 luglio o un 9 novembre: non abbiamo una data da festeggiare tutti insieme, rispetto alla quale nessun soggetto e nessuna parte politica abbia (più) la forza di opporsi e di contestarla, una data magari addirittura riconosciuta e identificata a livello internazionale. Non abbiamo una "presa della Bastiglia", una "dichiarazione di indipendenza", una "caduta del muro"; non l’ abbiamo e non siamo riusciti a crearla.
Cosi quasi sempre, nelle nostre festività istituzionali, gli aspetti divisivi hanno prevalso sugli aspetti unitari, lasciando un qualche retrogusto amaro nei festeggiamenti. Abbiamo aggiunto e tolto feste, mischiando talvolta il “sacro con il profano”, senza riuscire ad individuarne una che diventasse veramente festa comune di tutti gli italiani.
E’ potuto così succedere che in uno stesso momento, nel 1977, sia stata abolita la festa di San Giuseppe (19 marzo) e contestualmente la festa del 4 novembre, la più “antica”, istituita dall’ultimo governo liberale nell’ottobre del 1922, l’unica presente nei calendari civili dei tre periodi liberale, fascista e repubblicano che si sono susseguiti nei 150 anni di storia unitaria, pur avendo cambiato per tre volte denominazione (prima Anniversario della Vittoria della Prima guerra mondiale, poi Festa delle Forze armate e quindi Festa dell'Unità nazionale).
Ed in quello stesso provvedimento del 1977 (legge n. 54 del 5 marzo), dettato ufficialmente dall’ esigenza di contenere la «negativa incidenza sulla produttività sia delle aziende che dei pubblici uffici» (atto Senato n. 227 - VII legislatura) che un così elevato numero di feste comportava, ma probabilmente anche frutto di un particolare clima di contestazione e di crisi sociale, con quello stesso provvedimento si spostava alla domenica successiva tanto la festività dell’Epifania quanto la Festa della Repubblica del 2 giugno (lasciando invece, con un evidente messaggio di gerarchia tra le due ricorrenze, l’altra festa civile repubblicana, quella del 25 aprile: chiarissimo, nel delineare questa gerarchia, l'intervento del senatore comunista Maffioletti, riportato in M.Ridolfi, op.cit., 136)... (segue)



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