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NUMERO 13 - 29/06/2011

Nonostante l'impar condicio. Vecchi media, tecnologie di rete e cambiamenti socioculturali

A ridosso dei risultati elettorali, tanto delle Amministrative di maggio quanto dei Referendum del 12 e 13 giugno, è il momento di proporre qualche stimolazione, anche di carattere socioculturale, intorno all’adeguatezza e aggiornamento della “par condicio”. Vent’anni di pratiche e di osservazioni di dati forniscono sufficienti elementi per poter dire che nel campo della riflessione accademica e professionale sulla comunicazione politica non c’è stata una grande crescita qualitativa, adeguata alle trasformazioni della comunicazione, né sul versante dell’affinamento degli strumenti di ricerca né su quello della valutazione dell’impatto della cultura delle regole.
 Si può sostenere, riassuntivamente, che in questa occasione la performance della par condicio è stata complessivamente modesta, almeno se la interpretiamo nei termini di una capacità regolatoria di articolare un dibattito pubblico equilibrato tra le voci in campo. Ma occorre anche dire che gli eccessi di “sfruttamento” di posizioni dominanti – soprattutto nel sistema televisivo – e rendite di posizione a vario titolo, non solo non hanno procurato benefici ai soggetti che più hanno goduto di illuminazione comunicativa, ma stavolta sono stati con buona probabilità addirittura controproducenti. Dal punto di vista delle percezioni collettive, ciò rappresenta un discreta novità, che evoca un principio generale in forza di cui, quando il lavoro del sistema informativo risulta troppo “casalingo”, il pubblico, e in questo caso gli elettori, tendono a penalizzare l’arbitrio o comunque l’eccesso di forza.
 La riflessione su che cosa c’è stato di veramente nuovo in questa campagna elettorale – perché al di là degli elementi nuovisti è vero che ci sono state delle vere e proprie novità – può anzitutto essere affidata all’individuazione di due novità strutturali, entrambe collegate all’interrogativo fondamentale: quanto funziona la performatività dei media nel controllare l’opinione pubblica? In tempi di crisi, quando la politica non ce la fa, non solo per colpe sue, a governare le spinte dell’economia e del mercato del lavoro, si determinano due opposte configurazioni del rapporto con la società.
Da un lato, è possibile individuare un modello di società senza comando politico. In questo contesto, la tentazione per il potere di occupare la comunicazione è irresistibile, perché nella mente degli uomini politici, soprattutto italiani, è ben radicata l’idea che i media siano in grado di far recuperare il consenso perduto nella società, consentano di intercettare le ricompense promesse dalla politica-spettacolo, e comunque rendano possibile lo spostamento dei problemi economici e sociali in una sfera più lontana della percezione del cittadino-elettore; una sorta di percezione distratta, o addirittura amnesia, delle cause della crisi, che in qualche modo funge da garanzia per la classe politica che non l’ha saputa prevedere o non è stata in grado di mitigarne gli effetti... (segue)



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