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NUMERO 25 - 28/12/2011

Che fine farà il federalismo fiscale?

Dopo il decreto-legge “salva-Italia” il regime politico, che agisce dietro il velo del governo tecnico, attende adesso la fase delle riforme. Ma la vera posta in giuoco non sono le riforme per lo sviluppo, le liberalizzazioni, oppure la nuova disciplina del mercato del lavoro che già tanto ha fatto discutere. Tanto più che le decisioni di politica economica scontano sempre una certa distanza temporale tra l’effetto annuncio e gli esiti concreti; questi ultimi, poi, raramente coincidono con gli obiettivi prefissati.
A ben vedere, il punto di svolta sarà rappresentato dalle riforme propriamente politiche, quelle riforme cioè effettivamente capaci di rimodellare l’attuale assetto istituzionale in senso coerente sia con le esigenze dei soggetti politici già presenti sulla scena, sia con le aspettative di novità che emergono nell’opinione pubblica. Si tratta, come è chiaro, di istanze che non sarà facile comporre a unità: alcune vanno inevitabilmente nel senso della stabilità e, comunque, nella difesa delle posizioni già raggiunte; altre si muovono alla ricerca di nuovi equilibri. Le parole d’ordine sono comuni e altisonanti: soprattutto, si parla di responsabilità, di trasparenza e di correttezza nella gestione della cosa pubblica. Ma per attuare questi obiettivi si possono seguire strade ben diverse, a seconda che prevalga la tesi del consolidamento del bipolarismo maggioritario – che si è fatto largo negli ultimi due decenni – oppure che si avvii una terza fase della storia repubblicana.
In breve, la maggioranza e il governo che sono sorti dalle ceneri della scelta bipolare offerta in sede elettorale, potranno proseguire nel loro percorso a due condizioni: che le condizioni economico-finanziarie del Paese, soprattutto nel giudizio dei mercati globalizzati, siano avviate ad un qualche miglioramento; e che si trovi una linea sufficientemente condivisa sulle riforme delle principali normative inerenti all’assetto politico-istituzionale (in specie dei regolamenti parlamentari, della seconda parte della Costituzione, e del sistema elettorale). In assenza di una positiva prospettiva circa l’inveramento di queste due condizioni, le forze politiche che sostengono l’attuale esecutivo non avranno interesse a sopportare ulteriormente il cilicio dei sacrifici imposti all’elettorato di riferimento.
In questo quadro, quale ruolo dovrebbe spettare al governo? Non certo quello di presentarsi come avanguardia della maggioranza, giacché ogni obiettivo che venisse determinato in assoluta autonomia si tradurrebbe in un possibile – se non probabile – elemento di frizione tra i partiti di maggioranza, finendo così per accentuare, più o meno irreversibilmente, le difficoltà di contesto. Diversamente, e più accortamente, il governo dovrebbe muoversi come una sorta di direttore d’orchestra, cui spetti esaltare i punti di intesa e far emergere l’armonia dell’insieme. 
Tuttavia, è inevitabile che in questa opera di laboriosa tessitura molti e gravi problemi si affacceranno presto alla ribalta. Il tema della riforma elettorale, ad esempio, sarà uno dei primi all’ordine del giorno, sia che la Corte costituzionale si pronunci nel senso di ammettere i referendum elettorali, sia che le richieste referendarie siano dichiarate inammissibili. Ma vi è soprattutto un convitato di pietra che potrebbe presentare un conto assai salato per chi non intenda affrontare con avvedutezza il problema delle “pietanze” sempre più scarse che sono presenti sulla tavola della Repubblica: il federalismo fiscale. Esso incrocia in modo decisivo entrambe le questioni sopra accennate, cioè sia il tema della finanza pubblica che quello delle riforme istituzionali. Sul primo versante, in particolare, è noto che il federalismo fiscale, proprio per come è stato impostato dalla legge n. 42 del 2009... (segue)



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