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NUMERO 14 - 10/07/2013

Un libro bianco per le riforme

E’ un luogo comune ricorrente che delle riforme si parli senza costrutto da circa trent’anni. Il dato temporale è indiscutibile, visto che la prima commissione per le riforme, presieduta da Aldo Bozzi, iniziò i suoi lavori nel 1983. E’ meno vero che questo tempo sia trascorso inutilmente. Dagli anni Ottanta ad oggi è stato riscritto l’intero Titolo V, relativo al rapporto tra Stato e Regioni, e per ben 22 volte si è intervenuti sul testo costituzionale, modificandolo o integrandolo, talvolta in maniera rilevante: dall’abolizione dell’immunità parlamentare (1993) alla forma di governo delle Regioni (1999); dalla modifica del semestre bianco (1991), per evitare che il Presidente della Repubblica non possa sciogliere le Camere negli ultimi sei mesi del suo mandato se essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura, alle nuove procedure di bilancio (2012); dal giusto processo (1999) alla garanzia delle pari opportunità tra uomini e donne nell’accesso alle cariche elettive e agli uffici pubblici (2003); dal voto degli italiani all’estero (2000) alla sottoposizione dei ministri e del presidente del consiglio alla giurisdizione ordinaria (1989). Tutti questi interventi hanno avuto come comune denominatore la “manutenzione” della Costituzione nel solco dei suoi principi fondamentali. Anche la riforma del Titolo V, apparentemente la più lontana dal quadro costituzionale originario, non ha cambiato radicalmente la forma dello Stato da centralizzata a federale, ma ha optato, come riconosce la maggior parte degli studiosi, per una forma “regionale” dello Stato che alcune sentenze della Corte Costituzionale si sono curate di indebolire a vantaggio di un neocentralismo razionalizzato... (segue)



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