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NUMERO 8 - 22/04/2015

La riforma elettorale necessaria nelle calde giornate di Maggio. Guarire da memoria corta, sguardo provinciale e ottimismi infondati

La tappa finale della riforma elettorale alla Camera (finale in ogni caso giacché in caso d bocciatura la legislatura sarebbe politicamente conclusa) sembra essere vissuta da molti, specie da alcuni critici parlamentari e non, come se si trattasse di un episodio a sé, scisso dalle vicende drammatiche in cui era iniziata la legislatura ed ora frettolosamente rimosse. Quindi, in fondo come un episodio di normale guerriglia politico-parlamentare con cui riscaldare le giornate di Maggio. Non so se radiose, a differenza di cento anni fa, ma sicuramente calde dal punto di vista politico-istituzionale. Forse perché si è assistito qualche mese fa all’elezione del nuovo Capo dello Stato con consenso abbastanza ampio e con una certa celerità, ci si è facilmente dimenticati della situazione strutturale con cui era iniziata la legislatura, nell’incapacità di formare un Governo fino praticamente ad obbligare il Presidente uscente quasi novantenne ad accettare un nuovo mandato in cambio dell’impegno a rimuovere le cause che avevano condotto sino lì. Nei mesi successivi, mentre i consensi alle proposte antipolitiche continuavano a crescere all’ombra del fragile esecutivo di tregua Letta-Alfano, è intervenuto solo un dato politico nuovo, la nuova leadership di Renzi, che prima ha conquistato il partito con l’ampio selettorato delle primarie e quindi il Governo, realizzando l’unione personale delle figure di segretario e di Presidente del Consiglio. Un’unione che gli ha potuto fornire lo slancio necessario per un’azione di Governo più efficace rispetto all’esecutivo precedente e, quindi, anche una vittoria imprevista alle europee che ha ulteriormente alimentato l’azione dell’esecutivo. Si tratta però di un’energia tutta politica impressa alle istituzioni, come tale sempre inevitabilmente reversibile e transeunte, se la cornice istituzionale resta invariata e questo a prescindere dalle legittime valutazioni di parte giacché l’esaurimento di questa energia politica senza modificare le regole non avrebbe poi stabili vincitori di segno diverso, ma solo una probabile caduta nella paralisi. Se la politica restasse debole essa si sommerebbe alla debolezza strutturale delle istituzioni con effetti non prevedibili di sistema. Stupisce poi soprattutto l’angolatura con cui viene proposto il dibattito critico, come se l’Italia fosse uno Stato sovrano autosufficiente, vivesse in una sorta di autarchia istituzionale per cui un rafforzamento (limitato) delle istituzioni sommandosi ad una politica forte potrebbe produrre un accentramento tale di potere da sfuggire a standard democratici.  Fermo restando che anche dopo il tenuto combinato disposto della riforma elettorale e costituzionale si sarebbe comunque ampiamente sotto le soglie per eleggere qualsiasi organo di garanzia (la Corte, il Presidente, il Csm) e per modificare la Carta costituzionale e che i poteri del Presidente del Consiglio e del Governo in Parlamento sarebbero sempre ampiamente inferiori a quelli di tutte le grandi democrazie con rapporto fiduciario (dalla revoca, allo scioglimento alle modalità di sfiducia), quella che appare radicalmente errata è la prospettiva da cui si guarda. Invece che ragionare da Palazzo Madama o da Palazzo Montecitorio o dalle sedi nazionali di partito e di corrente dovremmo assumere un’altra angolatura, quella delle istituzioni europee, soprattutto quella dei colleghi del nostro Presidente del Consiglio che si riuniscono con lui in questi giorni nel Consiglio europeo straordinario. La maggioranza di loro ha visto passare Berlusconi, Monti e Letta prima di lui; può quindi apprezzare l’energia contingente e condividere o meno le singole prese di posizione, a cominciare da quelle urgenti in materia di immigrazione, ma certo si chiede legittimamente se al prossimo incontro sarà ancora lui a guidare il Governo e quale strana coalizione sarà al Governo in quella fase. Visto dal Consiglio europeo il problema non è certo la deriva autoritaria, ma invece la conferma che l’Italia si trova ancora, nonostante tutto, unico grande Paese, in quella Europa dell’impotenza dove l’aveva collocata Maurice Duverger nel 1988. Sembra averlo capito in queste settimane quasi solo il deputato del Pd Michele Nicoletti, che per inciso non aveva votato per Matteo Renzi, ma ratione officii in quanto presidente della delegazione parlamentare italiana al Consiglio d’Europa. E chissà cosa ne penserebbero in termini di affidabilità questi leaders europei delle teorizzazioni per cui i gruppi parlamentari che sostengono il Governo andrebbero considerati in Italia, in nome di un’interpretazione estrema del divieto di mandato imperativo, come una sommatoria anarchica di singoli eletti. Nelle stesse settimane in cui il Pp spagnolo sta decidendo quali sanzioni più o meno pesanti applicare ai propri deputati che hanno votato in dissenso dal gruppo su una mini riforma della legge sull’aborto perché ne avrebbero voluta una più restrittiva applicando alla lettera il programma elettorale e dopo che il Psoe ha multato con significative sanzioni pecuniarie i deputati che per coerenza ideologica repubblicana non hanno votato la legge che regolamentava la successione a Juan Carlos. Entrambi casi, come si vede, in cui il dissenso era motivato fortemente sulla base del programma elettorale o della tradizionale coerenza ideologica, cosa che certo non si può dire per le modalità di espressione del voto di preferenza (frutto per molti di una conversione recente) e sul problema del premi alla coalizione (anche qui sostenuta da molti che nel 2007 promossero convintamente il referendum Guzzetta che lo eliminava mantenendolo solo per la lista)... (segue)



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