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NUMERO 11 - 03/06/2015

Cinque regioni al Centrosinistra, due al centrodestra e nessuna al M5S

  Nelle democrazie rappresentative le elezioni hanno una duplice funzione: da un lato, forniscono legittimità di autorità politica agli organi responsabili dinanzi al suffragio; dall’altro, segnalano il tasso di gradimento dei votanti nei confronti di chi governa e degli altri partiti o forze politiche. Parlo di “gradimento” perché il termine più ambizioso e più spesso usato di “controllo” implica una qualità epistemica che è pura retorica assegnare ad attori, i membri del corpo elettorale, che non hanno in genere le competenze per esercitare tale controllo (quello sulle politiche di chi governa) e che agiscono, inoltre, senza alcuna coordinazione. Hanno il diritto di dire “no good”, e senza argomenti. L’espressione del gradimento (che può essere negativo nei confronti di chi governa, producendo in tal modo alternanza al potere, che è la caratteristica essenziale delle democrazie rappresentative) è funzione dell’offerta politica e della legge elettorale, che hanno un ruolo decisivo in questo processo. L’algoritmo elettorale e la struttura dell’offerta politica sono in certo modo connessi, anche se non si tratta per lo più di un legame meccanico; la storia e un insieme di altri elementi rendono impossibile stabilire nessi univoci di causa ed effetto fra il primo e la seconda. Si può solo osservare che con una certo tipo di legge elettorale il risultato delle elezioni sarà diverso da quello che ne scaturirebbe con una formula elettorale di altro tipo. Queste osservazioni mentre ci allontanano dalla finzione di una volontà popolare a contenuto univoco – poiché essa è invece variabile dipendente del meccanismo che trasforma voti in seggi – ci accosta al tema di queste note: le elezioni regionali che hanno appena avuto luogo in sette regioni del paese. Le leggi elettorali vigenti nelle regioni, come ha ricordato Roberto D’Alimonte sul Sole di domenica 31 maggio, sono diverse fra di loro, talvolta per semplici dettagli; talvolta per tratti più salienti. Nell’insieme esse sono caratterizzate da quello che si può a ragione chiamare un modello italiano (ripreso in una versione in parte originale, ma molto simile alla legge elettorale della regione Toscana, dalla legge elettorale recentemente approvata per la Camera dei deputati), il quale permette la designazione di un presidente della regione. Ma in non tutte le versioni in campo per le sette regioni la vittoria di un candidato presidente significa automaticamente la nascita di una maggioranza. In Liguria e nelle Marche il presidente eletto può, in linea di principio – cioè in base alla legge, non avere una maggioranza (la/le liste che lo sostengono potrebbero non avere la maggioranza nel consiglio regionale). In tal caso il/la presidente dovrebbe cercarsi degli alleati disposti a sostenerlo e con i quali condividere il programma di governo della regione; se li trova. In caso contrario, come in Andalusia adesso, si deve ricorrere, con tutti i rischi del caso, a nuove elezioni. Questo peraltro non è successo nelle Marche e non sembra essere accaduto nemmeno in Liguria dove con il solo 34,4% Toti ottiene la maggioranza assoluta dei seggi nel consiglio regionale. Un tasso di sproporzione che rende la tanto criticata legge elettorale approvata alla Camera un sistema quasi proporzionale, perché con essa ci vuole almeno il 40% o la maggioranza assoluta al ballottaggio! Nelle altre regioni il presidente ha la sua maggioranza (si osservi che nessuno degli altri ha vinto con meno del 40% dei suffragi) e l’elezione ha prodotto un governo regionale che ha a priori tutte le possibilità di andare fino alla fine del mandato e di tornare con una identità e responsabilità precisa dinanzi agli elettori, fra 5 anni... (segue)



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