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NUMERO 1 - 11/01/2017

Le recenti vicende sociali e istituzionali del paese, le trasformazioni del Pd e il futuro della democrazia italiana

 L'Italia dei primi giorni del 2017 sembra un paese sull'orlo di una crisi di nervi, appesantito da leadership appannate e da una grave assenza di progetti istituzionali, politici, sociali. Dalla crisi istituzionale post-referendum, pur risolta rapidamente con la formazione del governo Gentiloni, alla delicata situazione del Monte dei Paschi di Siena, dalle difficoltà della gestione dei flussi migratori alle ricorrenti minacce terroristiche, tutto sembra spingere il Paese verso sponde dominate da una preoccupante cupezza. In un circolo vizioso, questa situazione ci rende più deboli in Europa e fa crescere ancora di più le difficoltà del paese: se è vero che i due soggetti forti, anche in quanto portatori di visioni contrapposte, nell'impostazione delle politiche finanziarie europee sono, come è stato notato, Germania e Italia, forse è ahimè vero che la sconfitta di Renzi nel referendum ha ulteriormente indebolito la collocazione italiana. Sotto un primo profilo di natura politico-istituzionale, per oltre tre anni, dalle elezioni del 2013, il sistema politico italiano aveva ritenuto di potersi riorganizzare intorno ad un progetto di rinnovamento istituzionale, basato su di una articolata riforma costituzionale, introdotta in Parlamento su proposta del Governo Renzi nell'aprile 2014 e infine approvata nell'aprile 2016: su di esso avevano lavorato molte forze politiche e culturali; su questo progetto erano stati eletti due Presidenti della Repubblica (Giorgio Napolitano, in una atipica e drammatica reiterazione del mandato, dopo che non era andata in porto l'elezione di due Padri fondatori dell'Ulivo, quali Marini e Prodi, e Sergio Mattarella);  e, dopo il fallimento del tentativo Bersani, erano stato formati due governi (Enrico Letta e Matteo Renzi), il cui punto cruciale, su cui avevano ottenuto la fiducia, era proprio la necessità di avviare un percorso di riforme costituzionali. Il referendum popolare, imposto dal mancato raggiungimento della maggioranza parlamentare dei due terzi prescritta dall'art.138, è stato ampiamente negativo con quasi il 60% di voti contrari al progetto approvato dal Parlamento. Nella gestione di una lunghissima fase di scontro culturale (un anno di discussione durante il governo Letta, durante il quale ha lavorato la commissione degli esperti), politico (da due anni di dibattito parlamentare) e referendario (otto mesi di campagna) vi sono stati molti errori: quando si perde in modo così netto, è necessario individuarli ed esaminarne le ragioni. Vi sono stati errori politici: tale è stata l'eccessiva - ma in qualche modo inevitabile, visto che la proposta di riforma proveniva dal Governo, che su questo programma aveva ottenuto la fiducia - personalizzazione dello scontro intorno al Presidente del Consiglio: il voto è diventato un voto pro o contro Renzi, e non più sul merito della riforma costituzionale. Vi sono stati errori basati su di una non adeguata valutazione delle conseguenze di contingenti scelte istituzionali: tanto vale per l'elezione del Presidente della Repubblica senza l'accordo con Forza Italia oppure per la rottura del rapporto con la sinistra Pd, che pure aveva ottenuto importanti risultati politici, tra i quali soprattutto l'elezione di Mattarella alla Presidenza della Repubblica. Errori istituzionali: l'approvazione di una legge elettorale fortemente maggioritaria prima della riforma costituzionale si è rivelata forzata, visto che la riforma costituzionale avrebbe in realtà potuto funzionare con ogni legge elettorale, nonostante ciò che ne dicevano sia i critici, sia i sostenitori. Un ruolo importante lo hanno poi giocato incomprensioni e debolezze culturali: così è stato un errore non aver rivendicato sin dall'inizio la bontà di una riforma basata su due questioni - superamento del bicameralismo paritario e riforma dei rapporti Stato-Regioni - su cui vi è sempre stato l'accordo generale, sia della cultura politica, che della cultura costituzionalistica; è stato un errore non aver saputo rispondere adeguatamente alle critiche tecniche spesso speciose provenienti dal fronte del No. È stato infine sottovalutato l'impatto negativo di una riforma in cui sono apparse sommate problematiche diverse: certo, separare gli argomenti in leggi costituzionali diverse non era costituzionalmente necessitato e sarebbe stato difficile, se non impossibile, fare altrimenti, visto che i temi toccati (in  particolare, riforma del Titolo V e riforma del Senato) richiedevano durante il procedimento legislativo una trattazione unitaria e coordinata, ma paradossalmente la sottoposizione al voto di questioni separate (ad esempio, riforma del Senato e del procedimento legislativo, riforma dei rapporti Stato-Regioni e abolizione delle Province, abolizione del CNEL, provvedimenti per la riduzione dei costi della politica) avrebbe impedito la drastica contrapposizione e personalizzazione tra Sì e No, con risultati che avrebbero potuto essere diversi... (segue)



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