In un arco di tempo considerevolmente breve, l’impegno assunto dalle Alte Parti contraenti della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali «a conformarsi alle sentenze definitive della Corte sulle controversie nelle quali sono parti», ex art. 46, par. 1, Cedu (rafforzato dopo l’introduzione del Prot. 14, reso esecutivo con la l. n. 280/2005 ed entrato in vigore il 1° giu. 2010), qualora consegua all’accertamento di violazioni attinenti al diritto ad un equo processo (art. 6 Cedu), ha assunto forme e modalità tali da mettere in discussione il “mito”, saldo e risalente negli ordinamenti giuridici nazionali, dell’intangibilità del giudicato. L’incidenza del fenomeno su un dogma classico della scienza processualistica è all’origine dell’innescarsi di una riflessione circa l’opportunità di un ripensamento dei rapporti interordinamentali intercorrenti tra diritto nazionale e sistema internazionale di protezione dei diritti fondamentali facente capo alla Cedu. Si è creduto di intravedere infatti in esso ora i chiari segni di una svolta in chiave monista di detti rapporti ora, restando pur sempre entro la logica dualista, l’affermarsi di una posizione di supremazia gerarchica del sistema convenzionale sull’ordinamento giuridico statale. Palesemente, il tema dell’influenza delle pronunce della Corte europea dei diritti umani sulle sentenze irrevocabili emesse dalle giurisdizioni nazionali è quello più strettamente legato al “nodo” centrale cui allude il titolo del presente Convegno – “Crisi dello Stato nazionale, dialogo intergiurisprudenziale, diritti fondamentali” – non foss’altro che perché nella res judicata il pensiero giuridico tradizionale crede ancora di poter rinvenire l’ultima «roccaforte della sovranità» degli Stati nazionali (T. Weigend, R. Uerpmann). Accingendosi ad un trattazione sulla questione, va inizialmente rilevato come di per sé l’argomento, per la sua ampiezza e rilevanza teorica, si presti ad essere affrontato sotto molteplici profili. In primo luogo non sarebbe ad esempio inutile né fuor di luogo rilevare come ad intaccare l’efficacia tipica della sentenza definitiva non sia solo la giurisdizione internazionale facente capo alla Corte edu. La nozione di giudicato infatti, a dire il vero, è da tempo sotto accusa su più fronti, avendo ricevuto negli ultimi anni attacchi non solo dal versante del sistema convenzionale incentrato sulla Cedu, ma anche dal versante dell’ordinamento dell’Unione europea. In quest’ultimo ambito, precisamente, l’attenzione su una possibile compromissione delle pronunce definitive delle autorità giurisdizionali interne, realizzata per garantire il rispetto degli obblighi europei, è stata richiamata a partire dal caso Köbler del 30 sett. 2003, quando la Corte di Giustizia, adita in via pregiudiziale, aveva dichiarato non essere conforme con il diritto dell’Unione la legislazione austriaca che impediva di riconoscere (a fini pensionistici) al Prof. Köbler i periodi di attività lavorativa svolti in altre università europee, così in sostanza finendo con l’azzerare il pronunciamento del Landesgericht für Zivilrechtsachen di Vienna, che aveva in precedenza opposto con sentenza definitiva tale netto rifiuto... (segue)
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