C’è forse del vero nelle note riflessioni di Gustav Radbruch sulle ricerche relative al metodo giuridico, secondo cui in esse potrebbero scorgersi i sintomi di una «malattia» che affliggerebbe la scienza del diritto, dal momento che «l’uomo sano e la scienza sana non sono soliti sapere molto su se stessi». È anche vero, tuttavia, che esistono malati che, per paura, disfattismo o perché le terapie necessarie a curarli si porrebbero in contrasto con le loro più ferme convinzioni religiose o filosofiche, rifiutano le medicine e preferiscono ignorare le stesse patologie da cui sono affetti. Così come esistono gli ipocondriaci, che, pur sani, sono costantemente preoccupati che qualsiasi presunto sintomo avvertito sia segno di qualche malattia. Insomma, non sempre salute e coscienza vanno di pari passo e nella stessa direzione. Il modo probabilmente più sano di pensare alla propria salute – sia per un uomo che per la sua scienza – è quello di coltivare una misurata consapevolezza circa la propria condizione, svolgendo i necessari controlli periodici, senza perdere di vista gli obiettivi del proprio agire (o – nel caso dello studioso – della propria ricerca). Il che, fuor di metafora, equivale a dire, come ha scritto Giovanni Sartori riprendendo una felice formula di Charles Wright Mills, che il modello ideale per lo scienziato sociale dovrebbe essere quello del «pensatore consapevole», il quale, pur avendo un’idea sufficientemente chiara del proprio metodo, non è dominato e schiacciato dalla teoria, tanto da non riuscire più nemmeno a lavorare. Occorre, dunque, un «addestramento alla logica» del proprio lavoro, che non degeneri nell’ossessione perfezionistica e paralizzante del «pensatore iper-consapevole», cioè di colui «che rifiuta di discutere di caldo e freddo se, e finché, non dispone di un termometro». Nella riflessione scientifica sul metodo, d’altro canto, si finisce sempre con l’imbattersi in una sorta di paradossale circolo vizioso: quando il livello di confusione sui modi di accostarsi al fenomeno giuridico è più alto, in quei momenti nei quali maggiormente si avverte l’esigenza di fare chiarezza sul metodo da seguire nella ricerca, più difficile (se non impossibile) appare lo sviluppo di un dialogo costruttivo, nella comunità scientifica, intorno al modo e perfino alla stessa possibilità di fare scienza. Il che è comprensibile, poiché è proprio la mancanza di un accordo sui valori di base che, ancor prima dell’individuazione di un metodo comune, impedisce l’avvio di un dialogo funzionale a definirlo (o anche solo ad enucleare alcuni assunti metodologici essenziali e generalmente condivisi). Con ciò non si vuole certo sostenere che il pluralismo metodologico sia un male, risultando esso piuttosto l’espressione di un pluralismo culturale prezioso per l’ampliamento delle conoscenze nel campo delle scienze sociali e, per quel che rileva in questa sede, di quelle giuridiche. Si vuole soltanto osservare che tra pluralismo e anarchismo metodologico rimane comunque una differenza non trascurabile e che, se al primo non può rinunciarsi, il secondo deve essere rifiutato, soprattutto nello studio del diritto, poiché compromette irrimediabilmente ogni certezza nell’osservazione e nell’analisi dei fenomeni studiati... (segue)
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