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NUMERO 5 - 28/02/2018

 La 'cura' dei beni culturali come beni di interesse pubblico

Due sono i fattori che negli ultimi anni, più di altri, hanno inciso sulle azioni dei pubblici poteri: la globalizzazione e la crisi economica. Essi sono a loro volta in gran parte collegati, poiché il primo ha determinato l’espansione del secondo in una dimensione internazionale. Ambedue hanno inoltre causato l’accentramento delle decisioni e dunque la compressione dell’autonomia: dei governi locali e regionali, degli Stati, ma talvolta anche delle organizzazioni sovranazionali. L’ulteriore effetto che in alcuni casi si è prodotto è il tentativo di riappropriarsi dell’autonomia con strumenti inediti, almeno nella storia recente, a diversi livelli: se ne rinviene a es. traccia in ambito eurounitario (si pensi al caso della Brexit), ma anche nazionale (come nella più prossima vicenda della Catalogna). L’amministrazione dei beni culturali è stata interessata da ciascuno di questi fenomeni: la globalizzazione, la crisi, la dialettica fra accentramento e decentramento del potere decisionale con fasi ed esiti alterni. Ciò deriva in parte dalla loro natura, che richiede spesso di garantirne una fruizione quanto più possibile generalizzata a prescindere da logiche territoriali e di mercato: ne sono testimonianza il sistema di salvaguardia riconducibile alle Convenzioni Unesco e quello eurounitario, ove la circolazione e il sostegno finanziario pubblico sono oggetto di regolazioni in parte derogatorie rispetto al regime della circolazione delle merci e degli aiuti di Stato. Ma deriva anche dalle loro potenzialità, che sono in grado di ricondurre notevoli profitti sociali ed economici a una gestione ottimale, la quale in molti casi richiede la concertazione fra più attori pubblici in diversi ambiti territoriali, e fra questi e i privati. Per ulteriore parte deriva, infine, da fattori che interessano trasversalmente più ambiti, come la crisi economica e il suo effetto sul rapporto fra accentramento e decentramento dei poteri: tuttavia per i beni pubblici in genere, e fra questi soprattutto per i beni culturali, tali fattori hanno assunto e potranno ancora assumere una fisionomia del tutto peculiare. Si pensi al rapporto fra crisi economica e federalismo fiscale, di cui quello demaniale rappresenta un elemento costitutivo: è opinione comune che la crisi abbia congelato il disegno federalista. Certamente i due eventi sono accomunati da una coincidenza temporale, ma, al di là di ciò, occorre comprendere entro quali limiti l’affermazione del nesso causale possa essere condivisa e soprattutto se la sorte del federalismo fiscale sia o meno accomunata a quella del federalismo demaniale, e perché. Pur se in via derogatoria, il federalismo demaniale riguarda anche i beni culturali, e per essi assume la declinazione di federalismo demaniale culturale: dai dati diffusi dall’Agenzia del Demanio si desume che al momento i suoi impatti sono stati contenuti, almeno in relazione ai trasferimenti riconducibili alla competenza dell’Agenzia stessa. Tuttavia le opportunità che vi si possono collegare sono diverse, per un insieme di cause: non solo la natura e le potenzialità dei beni culturali, nonché il loro speciale rilievo internazionale ed eurounitario (nei termini sopra accennati), ma anche lo statuto costituzionale che li riguarda (collegato alla realizzazione dei principi fondamentali) e la sua attuazione (che ha valorizzato la collaborazione fra livelli di governo e tra questi e i privati). Alcuni di tali elementi hanno assunto da qualche mese una connotazione particolare, che si collega al rinnovato ruolo dei beni culturali immateriali nell’ordinamento interno, alla relazione fra questo e il significato dello statuto dei beni culturali in Costituzione, alle attuali e conseguenti opacità del rapporto fra la regolazione di quelli materiali e di quelli immateriali nella dimensione nazionale e sovranazionale, alle opportunità che dalla riconsiderazione di tale rapporto possono essere colte per la cura degli uni e degli altri… (segue)



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