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NUMERO 4 - 14/02/2018

 La legge elettorale, il caso e la necessità di formare un governo

Una forma degenerata d’arte è nota come “l’arte che copia il caso”, questa definizione di Harold Rosenberg in La tradizione del nuovo, Milano 1964, p. 12, scritta in polemica con l’immobilismo artistico americano, può essere utilizzata per descrivere il punto di partenza nel quale collocare lo scenario costituzionale che avremo di fronte dal 5 marzo in poi. Il Rosatellum è, infatti, una legge elettorale che copia il caso, una legge elettorale che potrà funzionare a caso, una legge che non interviene per dare regole al caso ne, tantomeno per prescrivere un indirizzo popolare al governo che verrà. Si tratta di una legge elettorale in balia del caso e che rischia di non saper eleggere una maggioranza in grado di formare un nuovo governo. Partiamo da alcuni elementi strutturali che appaiono evidenti nella legge elettorale. Il primo, è una legge elettorale che non nasce da una motivazione popolare, da una discussione pubblica. Sono passati i tempi in cui la legge elettorale era stata concepita come frutto di una battaglia referendaria e di una scelta popolare travolgente che nel 1991 e nel 1993 ha determinato il clima culturale e politico per riscrivere la legge elettorale che aveva tenuto a battesimo e accompagnato la Repubblica per quasi cinquant’anni. Con l’avvento del Porcellum nel 2005 cambia del tutto la prospettiva e la legge elettorale si sposta dall’ispirazione del corpo elettorale alla disponibilità delle forze politiche in Parlamento, o meglio delle sue, temporanee, aggregazioni di maggioranza. Nel 2005, infatti, il Porcellum è ispirato dai sondaggi elettorali in mano alla maggioranza di governo che approva una legge in Parlamento nella consapevolezza che si tratti di una lois de combat contro la possibilità che la maggioranza di governo non possa essere confermata nelle imminenti elezioni. Il secondo, con il Rosatellum si consolida una stagione di leggi elettorali senza nessuna ispirazione né valutazione popolare, ma si tratta di leggi interamente pensate dalle forze politiche in Parlamento e per nulla discusse né prima né dopo la loro approvazione. In questa sede non è tanto importante ricordare quale sia stata la formula elettorale (proporzionale puro, maggioritario corretto dal proporzionale, proporzionale con premio di maggioranza, sistema misto) quanto il fatto che le leggi elettorali sono state, nel corso degli ultimi anni, una materia nell’intera disponibilità delle forze politiche senza nessun principio unificatore al quale dovessero ispirarsi. Una volta venuto meno il principio secondo cui la legge elettorale avrebbe dovuto garantire l’alternanza di governo e un esecutivo scelto direttamente dai cittadini; i partiti si sono ripresi la legge elettorale e l’unico principio unificante è che le forze politiche accettano che la prova elettorale sia solamente una fase della costruzione di un accordo di governo che potrà intervenire anche dopo le elezioni. In sintesi, la legge elettorale cessa di dare “una forma” al governo e diventa un insieme di regole che accompagnano una direzione del tutto sottratta al decisore popolare, considerato troppo instabile, e indirizzata verso le regole che promanano da accordi instabili, un luogo certamente più ristretto di decisione politica... (segue)



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